… Quindi non domandate più ‘Cosa farai da grande?’ ma… – parte II

Salvatore Soresi

Laboratorio Larios, Università di Padova

Nella prima parte dell’articolo pubblicato sulla Newsletter SIO di luglio 2023 (…Quindi non domandate più ‘Cosa farai da grande?’ ma… – parte I) si è sostenuto che sarebbe opportuno evitare, per una serie di ragioni, di chiedere ad un adolescente ‘Cosa farai da grande?’ e che sarebbe più produttivo, in sede di orientamento, sia evitare di focalizzare l’attenzione su un unico ‘fare’ che su un unico futuro possibile. Ci si è anche occupati di parlare dei futuri attorno ai quali proporre di riflettere a coloro che si trovano coinvolti in iniziative diverse di orientamento. Gli stessi obiettivi che nei laboratori di orientamento potrebbero essere raggiunti, come suggerito da Voros, inseguendo i futuri possibili, quelli probabili o, addirittura quelli plausibili e desiderabili, non possono essere facilmente sovrapponibili. Di conseguenza, gli operatori di orientamento potrebbero optare per materiali e attività che non possono essere facilmente sovrapponibili. Nei due contributi a cui si è fatto più sopra riferimento abbiamo manifestato le nostre simpatie nei confronti dei futuri desiderabili, di quelli, cioè, che consentono all’orientamento di trasformarsi in dispositivo di prevenzione anche nei confronti dei rischi che l’industria 4.0 sembra sollevare a proposito del benessere delle persone e dei loro contesti di vita. Dal momento che i futuri desiderabili e l’orientamento 5.0 richiedono approcci e percorsi altamente personalizzati, l’orientamento 5.0 (Soresi, 2021, 2022, 2023 in press) a cui si auspica, non può riferirsi a standards minimi, o a modalità preconfezionate, a buone pratiche che dovrebbero funzionare per tutti in ogni realtà locale.

Ritornando alla domanda iniziale di questo scritto ‘Cosa farai da grande?’ già queste poche considerazioni a proposito dei futuri ci dovrebbero portare a sostituirla con altre, più impegnative probabilmente, ma che potrebbero risultare più utili al compito decisionale che le persone alle quali ci stiamo rivolgendo potrebbero trovarsi di fronte. Potremmo chiedere, ad esempio ‘Per quanto concerne il tuo futuro, pensando magari a ciò che potrà accadere nei prossimi 3-5 anni cosa ti troverai probabilmente a fare?’, ‘Dove e con chi probabilmente vivrai?’, ‘Come trascorrerai le tue giornate, cosa sarà ancora interessante per te?’ E così via… Queste, se da un lato sono domande che ben sostituiscono quella iniziale, si adattano bene a coloro che non hanno tanto tempo da dedicare a programmi impegnativi e precoci di orientamento, o che si accontentano, non potendo far altro, di indirizzare la propria attenzione su ciò che già le tendenze presenti suggeriscono, trasformandole in aspettative che potrebbero avere elevate probabilità di realizzazione. L’interazione e gli effetti che domande come quelle di cui sopra stimolano potrebbero essere molto diversi se ci permettessimo di pensare e di aspirare a dell’altro. Potremmo ad esempio premettere che i futuri possano, almeno in parte, essere costruiti, avendo consapevolezza di viverli solamente quando sarà possibile constatare che anche noi ‘non saremo più quelli di una volta’ e che ciò che ci circonderà richiederà dell’altro e richiederà cambiamenti non solo da parte nostra.

Così in alternativa alla domanda ‘Cosa farai da grande?’ potremmo procedere chiedendo: ‘Secondo te, quando una persona può essere considerata adulta? ‘Cosa guardi soprattutto per decidere se hai a che fare o meno con una persona adulta? ‘E tu, quando ti considererai adulto/a, maturo/a… quanti anni avrai allora? E per te, quando inizierà il tuo futuro? Qui i contenuti e le risposte probabilmente presenteranno una variabilità talmente elevata che ci porteranno a pensare di aver a che fare effettivamente con persone diverse e singolari che condividono però il comune desiderio di un futuro di qualità. Lo scopo di queste richieste è essenzialmente quello di stimolare il passaggio dai futuri probabili a quelli possibili, preferibili e temibili e a ‘collocare’ l’orientamento più in là nel tempo, a ciò che potrà accadere tra 10-15 o 20 anni e tutto questo, ovviamente, richiederà più tempo, pazienza e, forse, competenze professionali più sofisticate nel trattare ciò che i nostri studenti/studentesse/clienti potranno fare da grandi.

Nella figura di Voros, di tanto in tanto, sono inserite, come già anticipato, delle Will Card, delle carte Jolly, delle ‘Matte’ come si usa dire in qualche parte d’Italia giocando a scala quaranta, che potremmo invitare a considerare anche nel corso della proposta dei quesiti di cui sopra. Si tratta di eventi difficili da prevedere, improvvisi, inaspettati che potrebbero caratterizzare positivamente o negativamente uno scenario futuro. La loro bassa probabilità li farebbe collocare dalla ‘zona del probabile’ anche se, come è ad esempio accaduto nel caso del crollo finanziario del 2008, della pandemia da Covid-19 e della stessa guerra in Ucraina, sarebbero in ogni caso difficili da prevedere ed inserire nelle considerazioni che potrebbero essere fatte a proposito di ciò che potrebbe accadere nell’arco di 3-4 anni. Le Will Card, ovviamente, possono essere associate anche ad eventi inaspettati ma positivi, come, ad esempio, un incontro fortuito particolarmente arricchente da svariati punti di vista, un imprevisto interesse nei confronti di una tematica mai precedentemente considerata, un colpo di fortuna alla lotteria (Petersen,1997; 1999) o quelle occasioni non pianificate, ma casuali di cui ci hanno parlato i teorici del caos vocazionale (Pryor, e Bright, J.; 2011, 2016) e della cosiddetta pianificazione casuale (Krumboltz,1991).      

Come si sarà intuito utilizzando i futuri e gli scenari al posto di quel ‘da grande’ contenuto in quella frase che continuiamo qui a rigettare, siamo propensi a raccomandare di stimolare a pensare anche a come ‘si sta pensando al futuro’, se in modo più o meno generico, riduttivo o profondo. Seguendo almeno in parte Slaughter (1989) possiamo ipotizzare che con le richieste che formuliamo stimoliamo a farlo almeno in tre diversi modi:

  1. Il primo, innanzitutto, rappresenta una modalità tutto sommato abbastanza sbrigativa, una modalità superficiale e ‘pop’ come la definisce Slaughter e che non farebbe altro che seguire la falsariga di quella maggiormente condivisa e diffusa dai mass media e che, nel migliore dei casi, può orientare solamente al probabile ed impedirci di fatto a considerare una gamma più ampia dei potenziali futuri che potrebbero attenderci.
  2. Il secondo si avvicina a quel procedere che dovrebbe caratterizza il lavoro del ricercatore e che sarebbe orientato soprattutto all’individuazione di cambiamenti, di soluzioni, al problem solving. Nel nostro caso, chiedendo di penare ai futuri possibili e preferibili e alla possibilità di imbatterci in Will Card, è come se si invitasse a stare all’erta, ma anche a occuparsi per tempo delle proprie ed altrui preoccupazioni, a sostenere assertivamente anche i propri desideri e le proprie aspirazioni. E i problemi che potrebbero essere oggetto di riflessione pensando al futuro sono decisamente molti: da quelli ascrivibili al benessere e alle vulnerabilità personali, a quelli ambientali e sociali (disuguaglianze, diritti umani, cambiamento climatico, sostenibilità dello sviluppo, ecc.).
  3. Il terzo modo di pensare al futuro è quello che non si accontenta di anticipare i problemi, ma tenta di individuarne specificità, ragioni e cause. Qui il modo di pensare è essenzialmente quello critico, olistico, quello che si avvale del pensiero controfattuale e procede chiedendosi ‘cosa sarebbe potuto accadere se….’, o ‘cosa potrebbe avvenire se..’. Questo modo critico di guardare al futuro si interessa soprattutto delle cause sociali delle difficoltà che potremmo incontrare e si occupa, in primo luogo, delle visioni e delle ipotesi che regolano, spesso in modo inconsapevole da parte dei più, i paradigmi di riferimento che vanno per la maggiore e i criteri che vengono seguiti parlando di crescita, di sviluppo, di meritocrazia. Coloro che a questo riguardo sembrano utilizzare più spesso questa modalità di indagine si trovano spesso tra gli attivisti, tra coloro che chiedono anche a viva voce di occuparci di ciò che verrà e delle nuove generazioni in modo meno miope ed individualistico. Questo agire è osservabile, ad esempio, in quei giovani che additano a coloro che hanno utilizzato le modalità di pensiero precedentemente citate anche nei contesti di previsione e pianificazione delle nostre condizioni di vita.
  4. La modalità più profonda e sofistica di guardare a ciò che accadrà è quella che Slaughter definisce indagine epistemologica sui futuri e che fa ricorso a quella ‘filosofia della condivisione’ alla quale ci piace riferirci quando auspichiamo l’inter e la transdisciplinarietà nel considerare le mosse intelligenti da fare e da stimolare per un futuro di qualità per tutti. Qui il pensiero e le preoccupazioni dei futuri diventano particolarmente lungimiranti, si invoca un’interdipendenza scientifica e una partecipazione che oltre ad ancorarsi a valori universali, si nutre di tanta politica, di tanta filosofia, epistemologia, psicologia sociale, cosmologia, per dare e trovare, nelle proiezioni che possono essere compiute, significati che vanno ben oltre i criteri produttivisti neoliberisti e le gratificazioni a breve termine che le nostre visioni probabili potrebbero indicare. È a questo livello che l’orientamento, quello che consideriamo in termini di dispositivo di prevenzione e giustizia sociale e volano di benessere, dovrebbe muoversi molto più spesso di quanto riesce a fare oggi affinché, come abbiamo avuto modo di sostenere assieme ad altri importanti colleghi alcuni anni or sono, possano cambiare effettivamente le conclusioni delle storie di coloro che non sono certamente responsabili dei loro poco soddisfacenti e determinanti passati e presenti (Savickas et al., 2009).

Quest’ultimo modo di studiare il futuro ci porta a considerare anche un’altra parte di quella richiesta che abbiamo inserito nel titolo di questa ‘conversazione’, a quel fare a cui quella domanda fa riferimento e che abbiamo già un po’ considerato a proposito di come, anche nel linguaggio quotidiano, può essere utilizzato. Quando questa domanda è indirizzata ad un bambino, ad una bambina, ad un o ad una adolescente o ad un giovane da parte di un orientatore o più genericamente da un adulto, quel fare attira nel proprio alone soprattutto etichette professionali come quando si utilizzano nel career counseling le cosiddette short cards o elenchi di discipline e si chiede di indicare le più interessanti e quali scartare. Tutto questo viene fatto come se i problemi dei futuri, e in particolare di quelli possibili e preferibili, potessero ridursi a ‘materie scolastiche’ o a lavori più o meno facilmente ascrivi a questa o quella corporazione o ‘albo professionale’. Invece di far pensare ai lavori o alle discipline, ci ha insegnato Popper, è preferibile occuparsi di problemi la cui analisi e soluzione attraversano per lo più i confini di qualsiasi disciplina. Non esisterebbe un metodo scientifico, una modalità cioè da realizzare al fine di formulare nuove ipotesi ed immaginare scenari possibili e desiderabili senza creatività e modalità ‘indisciplinate’ di analisi e progettazione, certamente non traducibili in procedure standard e di routine. Questo vale soprattutto per quei problemi particolarmente intriganti che Ritter e Weber (1973) hanno definito malvagi (wicked problem) e che a me piace denominare indisciplinati proprio perché non imbavagliabili in questa o quella scienza, in questo o quell’ambito accademico di riferimento ed approfondimento. Chi è interessato ai futuri possibili e a quelli desiderabili non può lasciarsi imbavagliare da assunti ed abitudini conformiste, non può che essere almeno un po’ un rivoluzionario, uno/una che non accetta di mantenere e conservare il presente, lo status quo, ma che va alla ricerca di novità, di cambiamenti anche poco realistici o poco probabili. Per questo, invece di domandare ‘cosa farai o cosa studierai’ è preferibile chiedere di quali problemi ti occuperai; quali ti intrigano maggiormente; quali tentativi di risoluzione cercherai di praticare; cosa hai già appreso a proposito degli errori da evitare o di come muoverti per immaginare e cercare cambiamenti e miglioramenti a ciò che ti preoccupa o potrebbe in futuro trasformarsi in una tua pre-occupzione o in una tua aspirazione?

Come Popper suggeriva a proposito del procedere scientifico anche nell’orientamento è opportuno iniziare con l’abbattimento di alcuni miti: del mito, ad esempio, della prevedibilità, o di quello che invita a sfruttare i capitali, i talenti che si posseggono, o i ‘meriti’ (le attitudini, gli interessi e le passioni, le competenze che ci riconosciamo o ci riconoscono) per constatare che ciò che rimane sono probabilmente timori, preoccupazioni, problemi che vorremmo che non caratterizzassero il nostro e l’altrui futuro. Gli scenari futuri che potremmo desiderare potrebbero essere descritti anche sulla base delle minacce che saranno state debellate, delle vulnerabilità che saranno adeguatamente gestite e protette, di quanto ci sarà consentita in quello scenario la realizzazione dello stile di vita preferito. Non si tratterebbe di procedere in modo induttivo (come suggeriva la concezione baconiana), partendo dalle ‘diagnosi’, dal ‘conosci te stesso e il mondo circostante’, come vorrebbe ancora il refrain dell’orientamento che propongono tanti prontuari e circolari ministeriali. Si tratterebbe invece di procedere da ciò che preoccupa, dai cambiamenti che auspichiamo, da ciò che sarebbe opportuno aver cura il più precocemente possibile in modo che possa anch’esso contribuire alla creazione di un futuro maggiormente preferibile. L’orientamento, in altre parole, non deve rinforzare il pensare al futuro in modo induttivo procedendo dal passato e muovendosi un po’ più in là… dovrebbe fare proprio l’opposto, far immaginare ciò che ancora non c’è e i segnali che potremmo dedurre da ciò che auspichiamo cercandone traccia o provocandole nel presente: dovremo agire ‘al contrario’, facendo in modo che sia ciò che riteniamo desiderabile ad influenzare il presente provocando le decisioni necessarie ai cambiamenti. Dal futuro al presente e non viceversa come quella richiesta e tanto profiling sembrerebbero suggerire. Per far questo, per immaginare la risoluzione di problemi, per transitare dal futuro al presente, c’è bisogno di tanto allenamento, di tanta creatività ed immaginazione, c’è bisogno di far intravedere possibilità di ‘aprire i coni delle possibilità’. Ciò all’opposto della tendenza odierna di stimolare riduzioni e semplificazioni per scegliere e decidere (come si sente dire spesso) ‘in modo più realistico’, per ridurre i rischi, accontentandosi di vantaggi più velocemente riscuotibili e, pertanto, economicamente e apparentemente, maggiormente convenienti.

Si tratta di insegnare a modificare o correggere il modo usuale di pensare al domani ricordandoci che l’induzione, quella che parte dall’analisi dei dati disponibili per procedere oltre, offende la nostra creatività, la nostra propensione a tentare, a provare e, perché no, a sbagliare e commettere errori, cosa, quest’ultima, che dovrebbe portarci però a ricordare che il progresso scientifico si basa spesso sui fallimenti precedenti e che spesso iniziamo a riscuotere soddisfazioni personali dopo aver apportato significativi cambiamenti al già praticato e frequentato.

A noi piace applicare all’orientamento ciò che anche Antiseri (2005) il quale allerta il mondo della ricerca su quanto fragili possano essere quelle basi che induttivisticamente chiedono cosa hai imparato, cosa sai fare, quali sono le tue competenze, in modo da poter dire cosa si farà da grandi, invece di procedere in modo opposto: ‘dimmi di quali problemi futuri intenderai occuparti, quali sfide ed imprese future ti attirano maggiormente, quali vulnerabilità e malesseri ti preoccupano maggiormente e ti dirò, o meglio, cerca cosa è maggiormente preferibile per te studiare e fare’.

Se poi ad interessare sono quei problemi particolarmente difficili che la letteratura chiama wicked problem o se ci interessiamo di orientamento perché a muoverci sono valori strettamente connessi alla tutela di tutti i diritti e di tutte le vulnerabilità, la negativa di quel domandare ‘cosa vuoi fare da grande’, apparirà con tutta la sua evidenza e ci porterà, caso mai, a chiedere dell’altro. Questa modalità potrebbe condurci a farci toccare con mano ciò che non tolleriamo più, ciò che ci fa indignare maggiormente come sono appunto i wicked problem, quelli più bastardi ed indisciplinati.

Come senza problemi non vi sarebbe ricerca, non vi sarebbero progressi e sviluppi, così senza di essi, senza preoccupazioni non potrebbe esistere l’orientamento, non almeno quello che vorrebbe coinvolgimenti e partecipazioni attive e risultati significativi a proposito del benessere delle persone e dei loro contesti naturali e sociali di vita. Partendo da lontano, dalle mete che si desiderano raggiungere, dalle aspirazioni, si può procedere individuando l’ultima tappa, quindi la penultima e così via fino a giungere al cosa decidere oggi per vincere la scommessa di poter toccare con mano i nostri futuri desiderati. Si tratterrà, anche qui, di progettare e pianificare, ma in modo deduttivo, dal generale al particolare, dal lontano all’immediato, dal futuro al presente con un pensiero strategico che consenta di controllare se siamo sulla pista giusta, se ciò che stiamo esplorando appartiene davvero alla scoperta che vogliamo fare, se ci stiamo muovendo in modo ‘sintetico’ ed olistico verso il futuro maggiormente gradito e se continuiamo a consentire alla destinazione futura di mantenere saldamente ancorata ad essa la nostra attenzione presente.

Quindi non chiedere ‘Cosa farai da grande?’ ma:

‘Quali cambiamenti vorresti che si verificassero e quale potrebbe essere a questo riguardo il tuo contributo?’;

‘Si dice che il mondo è in continua evoluzione, che nulla, in futuro, sarà come prima, ma allora perché non contribuisci anche tu a far sì che sia migliore? Potresti farlo, ad esempio, occupandoti dei problemi che riguardano i crimini e le persone che li compiono, le disuguaglianze, le relazioni internazionali, la politica, la sfera sociale, l’antropologia, le nuove tecnologie informatiche e comunicative, il risparmio energetico, l’economia etica, l’educazione alla sostenibilità e all’accoglienza, la vivibilità delle città e delle loro periferie, la salute e l’invecchiamento o le applicazioni dell’intelligenza artificiale… compresa la tutela di tutte le vulnerabilità e dei diritti che debbono essere garantiti a tutti e tutte’;

Pensa ai problemi… poi, per quanto riguarda il lavoro che vorrai fare da grande avrai solo l’imbarazzo della scelta: sono decine di migliaia stando a quanto riporta l’americana International Standard Classification of Occupations, o l’European Skills/Competences, qualifications and Occupation (ESCO) o la Classificazione delle Professioni del nostro Istituto di Statica, tutte facilmente consultabili su Internet. Se poi sei già orientato/a verso i problemi di tipo ambientalistico Gelisio e Gisotti (2019) ne hanno elencato almeno un centinaio riguardanti direttamente i green jobs e le professioni che potremmo considerare maggiormente sostenibili’;

Non avere fretta di scartare… ciò che ti verrebbe spontaneo rigettare potrebbe condurti a preziose e stimolanti deviazioni, incroci, rotatorie, a diventare addirittura un valido problem solver di problemi ribelli ed indisciplinati che, forse, potrebbero apparire con maggior vividezza se invece di chiederti cosa farai da grande chiedessi a te stesso e ti chiedessero: Come vorresti che fossero le tue giornate e i tuoi contesti di vita tra 10-15 anni?


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