Perché ci possa essere ancora un futuro. La prospettiva dell’ecopacifismo femminista – Parte I

A cura di Bruna Bianchi

La riflessione sull’economia e la storia

“Perché ci possa essere ancora un mondo”, ovvero un futuro, è una frase del 1978 di Françoise d’Eaubonne, l’autrice che coniò il termine ecofemminismo. Nel 1980, prevedendo la fine “del mondo terrestre” in trenta-cinquant’anni, D’Eaubonne scriveva: “Non si tratta nemmeno più di volere o non volere cambiare il mondo. Se non cambia, moriremo. Tutte. E tutti”.

Nello stesso anno apparve l’opera di Carolyn Merchant, La morte della natura,che ricostruiva l’affermarsi di una visione del mondo e di una scienza che, concettualizzando la natura come materia inerte, come macchina da studiare e su cui sperimentare anziché come organismo vivente, sanzionò il dominio dell’uomo sulla natura, sui popoli colonizzati e, in virtù della loro connessione millenaria con la natura, sulle donne (Mechant 2020).

Da allora la minaccia “della morte della natura”, dell’annientamento della vita sulla terra è stata al centro delle analisi ecofemministe e nei movimenti femminili che si svilupparono a partire dagli anni Ottanta si andò affermando la consapevolezza che l’ideologia che sancisce il dominio sulla natura, l’oppressione in base all’etnia, alla classe, al genere, alla sessualità, alla specie, all’età è la stessa che conduce ai conflitti.

La concezione della terra come pura risorsa da sfruttare economicamente e militarmente ha ormai raggiunto il suo apice. Fin dal 1946 i principali eserciti del mondo si sono rivolti a nuove strategie in cui il pianeta stesso è utilizzato come una mega-macchina bellica; le sperimentazioni di queste armi, svolte in assoluta segretezza, e il loro uso al di fuori di ogni controllo, hanno già causato danni irreparabili alla terra, al clima e alla biosfera.

Ma come si parla oggi della crisi ecologica?

L’elenco dei danni ambientali ci è noto; i media vi si soffermano enfatizzando il loro aspetto visivo e fisico con immagini e descrizioni che spesso sono l’inizio e la fine della storia, una storia che lascia in ombra le cause profonde, la natura dei processi sociali ed economici, ingenerando così un senso di impotenza e di apatia, terreno fertile per l’accettazione di soluzioni tecnologiche. È quanto accade per il cambiamento climatico descritto dalla prospettiva delle scienze ambientali e discusso come problema scientifico che richiede soluzioni scientifiche senza bisogno di trasformare le ideologie, le economie di dominio e sfruttamento. In queste narrazioni il ruolo distruttivo delle attività militari e delle guerre è taciuto.

La storia reale, al contrario, è una storia di intrecci di potere e di profitti, di convenzioni culturali che rispecchiano la visione androcentrica del mondo. Il cuore della crisi ambientale, infatti, risiede nella negazione della dipendenza dalla sfera della natura, dal corpo, dal lavoro delle donne e dalla riproduzione, nel falso senso di autonomia maschile, nella volontà di controllo e di dominio che causano i conflitti.

Le attività militari, da sempre prerogativa maschile, sono state e sono la causa principale del degrado ambientale e della perdita di biodiversità e i militari sono stati definiti “i vandali ambientali privilegiati” (Seager, 1993).

Il loro agire quotidiano è al di là della legge, protetto dall’indagine pubblica e governativa. Sicurezza nazionale – un concetto vago definito di volta in volta dai militari stessi –, segreto militare e soprattutto supremazia militare, hanno spinto i danni all’ambiente oltre ogni limite di sostenibilità, senza contare le strategie di guerra che utilizzano l’ambiente per colpire l’avversario, i sabotaggi ambientali, la “politica della terra bruciata”, l’uso di defolianti, la dispersione di sostanze inquinanti, la deforestazione e la conseguente distruzione degli ecosistemi.

Oggi in Ucraina è in atto un ecocidio di enormi proporzioni che sta distruggendo l’area naturalistica protetta più vasta d’Europa e che, a causa del dinamismo ecologico, si estenderà a vasti territori.

L’ecofemminismo, il pensiero che più di ogni altro ha compiuto una riflessione sull’intreccio dei rapporti di dominio e che ha posto un’enfasi particolare sulla connessione tra tutte le forme di vita può gettare nuova luce sull’intersezione tra patriarcato, capitalismo, militarismo e distruzione ambientale e comprendere come questa distruzione rifletta processi e dinamiche di genere.

La mia relazione è dedicata ad alcune ecopacifiste femministe e a coloro che le hanno ispirate e che hanno lanciato un grido di allarme per il futuro del pianeta.

Capitalismo, militarismo e catastrofe: Rosa Luxemburg

Prenderò le mosse dal pensiero di Rosa Luxemburg su guerra e accumulazione capitalistica per poi trattare brevemente della riflessione di Françoise d’Eaubonne, quella di Rachel Carson, considerata “una radice” dell’ecofemminismo, e quella dell’erede del suo pensiero, la epidemiologa ecofemminista Rosalie Bertell.

Rosa Luxemburg non si definiva una femminista, benché non si debba dimenticare il suo impegno per l’emancipazione femminile a partire dal 1911 e il suo amore per la vita e tutte le sue creature alla base del suo impegno pacifista. Il suo pensiero è stato fonte di ispirazione per numerosi lavori ecopacifisti e a partire dalla guerra in Ucraina le analisi della sua opera L’accumulazione del capitale (1913) e dei suoi scritti degli anni di guerra si sono soffermate sul tema della catastrofe e dell’effetto boomerang (Caloz Tschopp 2022).

Le premesse teoriche di Rosa Luxemburg che sono state riprese dalla riflessione ecofemminista possono essere riassunte in quattro punti fondamentali:

  1. Il processo di espropriazione violenta, accompagnato da stermini e devastazioni delle risorse naturali, descritto da Marx, non si è concluso nella prima fase dell’industrializzazione, ma è un processo continuo. “L’accumulazione originaria continuata” è la natura stessa del capitalismo, la sua dinamica strutturale che tende a trasformare in capitale tutte le ricchezze della terra.
  • Il capitalismo esige un’illimitata libertà di movimento; la sua marcia distruttrice si estende a tutto il pianeta: “Nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura i mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra, li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali” (Luxemburg,1968, p. 352).
  • L’accumulazione vive della rovina delle formazioni non capitalistiche, della loro erosione e assimilazione. Il capitalismo, infatti, ha sempre bisogno di “colonie” e costantemente invade ogni risorsa naturale e umana.
  • Il militarismo ha accompagnato il processo di accumulazione in ogni sua fase storica ed è esso stesso fonte di accumulazione.

L’immagine del mondo nella fase terminale del capitalismo che traccia Rosa Luxemburg è quella di un’era di catastrofi, convulsioni politiche, sociali e crisi ecologiche. Scrive Rosa Luxemburg nella Anticritica:

La catastrofe economica e politica è, in questa fase conclusiva, elemento di vita, forma normale di esistenza del capitale […], inseparabile dalle conquiste coloniali e di guerre mondiali che oggi viviamo.

Dopo aver gettato per quattro secoli in preda a ininterrotte convulsioni e distruzioni in massa l’esistenza e la civiltà di tutti i popoli non capitalistici in Asia, Africa, America e Australia, l’espansione del capitale precipita oggi gli stessi popoli civili d’Europa in una serie di catastrofi, il cui risultato non può essere che il crollo della stessa civiltà (Luxemburg, 1968, pp. 585-586).

Gli eventi degli ultimi decenni, e degli anni più recenti, confermano le analisi di Rosa Luxemburg. Quando il sistema capitalistico urta contro i suoi limiti economici è sempre pronto ad usare la guerra per forzare tali limiti e per ri-colonizzare il mondo; quando non c’è alcun campo d’investimento, lo si crea con la guerra che consente profitti derivanti dalla produzione di armamenti e dalla ricostruzione dopo la distruzione.

La guerra, dunque, non è una condizione eccezionale, ma un aspetto permanente della politica economica del capitalismo; lo sviluppo delle forze produttive, ovvero delle sue inerenti forze distruttive, è sempre stato legato all’esigenza della guerra.

Poiché, come affermava Rosa Luxemburg, il capitalismo non può vivere in assenza di ambienti non capitalistici, abbiamo assistito e assistiamo alla espropriazione, al saccheggio e alla distruzione dell’economia non ancora diretta dai gruppi multinazionali, soprattutto di quella del settore pubblico e delle piccole e medie aziende private. Si crea così una condizione di ‘autentica guerra’, ossia di guerra permanente al centro della vita di ogni giorno, che bandisce dalla società tutto quello che è civile, democratico, evoluto, umano, favorevole alla vita (Werlhof 2022).

Patriarcato, capitalismo e “illimitimisme”: Françoise d’Eaubonne

L’idea della mancanza di limite come forma specifica di esistenza del capitalismo è stata sviluppata da Françoise d’Eaubonne, nella sua analisi del nesso tra capitalismo e patriarcato. Per contrastare “la marcia distruttiva del capitalismo”, infatti, era necessario, a parere di D’Eaubonne, risalire alla nascita del patriarcato.

Numerosi studi femministi si sono soffermati sul patriarcato, ovvero sulla relazione di potere che ha oppresso e sfruttato le donne. Questi studi hanno rivelato che molte delle caratteristiche del patriarcato sono proprie anche del capitalismo: la guerra come sistema di conquista e saccheggio, il dominio sulle donne, lo sviluppo di sistemi di sfruttamento dell’umanità e della natura, l’affermazione di credenze religiose centrate sulla figura maschile come vera e unica creatrice della vita. Il patriarcato stesso è lo sviluppo di un sistema di guerra. Dalle invasioni che annientarono le società matrifocali la logica di guerra ha pervaso tutte le istituzioni politiche e sociali rendendo progressivamente le società militarizzate e de-civilizzate.

In La femme avant le patriarcat (1976) ed Écologie-féminisme (1978), D’Eaubonne ha fatto risalire la causa diretta della distruzione del pianeta al controllo patriarcale della fertilità della terra e della fecondità femminile. Quando (tra il 3500 e il 2500 avanti Cristo) l’uomo sottrasse alle donne la produzione agricola, le tecniche conservative e le diversificazioni colturali lasciarono il posto a quelle sempre più intensive. Quando l’uomo scoprì di avere un ruolo nella riproduzione, la natalità iniziò ad aumentare; credendosi l’unico agente della procreazione, non solo un collaboratore, egli considerò la donna e la terra come ricettacoli della sua forza vitale. Da allora il predatorio modo di appropriazione portato all’estremo divenne il paradigma dell’economia e di tutte le relazioni di sfruttamento. Nacquero nuove strutture mentali caratterizzate dall’“illimitimisme”, dall’assenza di limiti nella ricerca del potere – sulle donne, sulla natura, su altri gruppi e popoli –, uno sfruttamento estremo basato sulla sete dell’assoluto, un’illusione prometeica che avrebbe portato all’annientamento della vita. In questa “corsa verso l’infinito, l’aggressività competitiva è indispensabile […] e la competizione comporta la progressiva intensificazione della violenza e il massacro” (D’Eaubonne 2018, p. 163).

Emblematico di questo delirio di onnipotenza quella che D’Eaubonne chiamava “l’abominevole follia” del nucleare. Occorreva dunque spezzare il “ciclo infermale di produzione e consumo” che ci rende complici della distruzione ambientale, della morte e della guerra, e avviarsi verso economie che rigenerino i processi ecologici, attivino la creatività, la solidarietà e la cooperazione sociale, come hanno proposto le ecofemministe tedesche della scuola di Bielefeld (Mies, Bennholdt-Thomsen 2005).

Riferimenti bibliografici

Caloz-Tschopp Marie-Claire, Frontex. Une société capitaliste du mensonge. L’effet bumerang et la révolution d’aujourd’hui. Relire Hannh Arendt, Rosa Luxemburg, Cornelius Castoriadis, Laurent Monnier, Rada Iveković, Anne Amiel…, 28 aprile 2022, https://www.sosf.ch/cms/upload/20220428_MCCT_essai.pdf.

Eaubonne Françoise de, La nature de la crise, “Sorcières”, 20, 1980, pp. 66-71.

Luxemburg Rosa, L’accumulazione del capitale. Contributi alla spiegazione economica dell’imperialismo (1913), Einaudi, Torino 1968.

Merchant Carolyn, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica (1980), Editrice Bibliografica, Milano 2020.

Mies Maria, Bennholdt-Thomsen Veronika, The Subsistence Perspective. Beyond the Globalised Economy, Zed Books, London-New York 2005.

Seager Joni, Patriarchal Vandalism. Militaries and the Environment, in Jael Silliman-Ynestra King, Dangerous Intersections. Feminist Perspectives on Population, Environment, and Development, South End Press, Cambridge, Ma., 1999.

Werlhof Claudia von, Dalla Guerra economica all’economia di guerra (2005), “DEP. Deportate, esuli, profughe”, 49, 2022, pp. 111-116,  https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n49/11_Von_Werlhof.pdf.