a cura di Salvatore Soresi ( La.R.I.O.S., Università di Padova)
Tra i costrutti ai quali si ancorano spesso sia ricercatori, ricercatrici, che operatori e operatrici che sono interessati ai processi decisionali, anche scolastico-professionale, un posto d’onore viene riconosciuto all’immaginazione, e, in particolare, a quella che consente di interrogarci sul possibile, varcando persino i confini dell’esperienza e della conoscenza posseduta della realtà, dei nostri passati e dei nostri presenti.
Ho avuto recentemente occasione di discutere di ciò, in modo certamente non accademico come si addiceva ad una sede conviviale tra colleghi-amici, con il collega prof. Sergio Roncato, partendo dalla fotografia (che si riporta di seguito) scattata, a notte inoltrata, proprio dallo stesso. Ci siamo domandati come tanta precisione fosse presente in una ragnatela costruita per garantire la sopravvivenza del suo o della sua creatrice?

“Stasera sono riuscito a non andarci contro con la testa. La vedo, perfetta, riesco anche a fotografarla col flash dopo aver tentato varie angolature. Cerco di mettermi nella sua posizione prospettica: ‘Devo stendere dei fili a formare una raggera, i raggi devono essere 20 e giacere sullo stesso piano’. Mi limito a seguirlo mentre costruisce la raggera.
L’inizio? Forse ha fissato il filo a un sostegno (foglia) e poi ne avrà cercato uno più lontano. Come? Oscillando? Aspettando un soffio d’aria? (sorvoliamo). Mi metto ancora dalla sua prospettiva: ‘Ora c’è un filo teso fra due sostegni, vado verso il punto centrale e tiro da questo un filo verso un terzo sostegno. Devo risolvere i seguenti problemi: scegliere l’angolo, individuare un sostegno che sia coplanare con il primo filo già teso e che mi consenta di formare l’angolo giusto, quindi raggiungere questo sostegno. Devo agire nella terza dimensione ma non posso volare, aspetto un soffio d’aria? Ammesso che riesca nell’obiettivo devo tendere un quarto raggio. Che faccio torno al centro e ricalcolo le coordinate da raggiungere? Sono in mondo bidimensionale (il piano della ragnatela), ho bisogno di 3D. Tutto questo va ripetuto 18 volte, tanti quanti sono i sostegni cui agganciare i fili della raggera. Qui finisce la prima parte che definiremo l’”impalcatura”. Dovrebbe incominciare la tessitura dei fili tra i raggi. La geometria è impressionante, sfido chiunque con carta e matita a disegnare una spirale (è poi spirale?) del genere. Imbarazzante questa ricostruzione di COME salta fuori, non l’intera ragnatela, ma solo la raggera. Non passerei l’esame di ammissione all’accademia aracnide. Ci chiediamo da DOVE salta fuori questa “opera”. È un avanzamento passo dopo passo frutto di soluzioni improvvisate? Meglio non pensarci, serve un’intelligenza per “problem solving”. C’è un “disegno” preparatorio, sarebbe pura astrazione…nel cervello di un ragno? Oppure c’è qualcosa che “vive” nel cervello di qualsiasi specie vivente “sub specie aeternitatis”?[1]
Queste le parole del prof. Roncato; e così da questi scambi sono scaturite queste domande: noi che siamo interessati ai futuri di qualità per tutte le persone e per i loro contesti anche naturali di vita, incoraggiamo o inibiamo la capacità e il desiderio di immaginare in modo condiviso futuri desiderabili per tutti e tutte? o tendiamo più ‘realisticamente’ a metterli in guardia dai ‘pericoli della fantasia’, dalla possibilità di perdere le competizioni nello studio, nel lavoro e, persino, nei giochi che facciamo nel nostro tempo libero? E poi, tutte le persone hanno le stesse possibilità di accedere, riflettere e dar seguito, se lo desiderano, alle proprie immaginazioni?
Mi pongo interrogativi simili a questi molto spesso, come quando, occupandomi di inclusione e di orientamento, mi trovo nella necessità di suggerire come scegliere tra alternative scolastiche e professionali che suscitano sentimenti e livelli simili di attrazione o di repulsione, o, peggio, quando non so cosa dire di sensato in assenza di opzioni realisticamente disponibili per qualcuno. Anche io, come la ragna di Sergio, in quelle situazioni sento di non poter far altro che provare ad immaginare qualcosa che non c’è ancora, e di chiedere, soprattutto a coloro che non possono permettersi di non scegliere o di rinviare le decisioni, di aiutarmi ad immaginare cosa potremmo ‘inventarci assieme’, cercare, tentare. Quest’evenienza, nei gruppi di lavoro e di discussione con adolescenti e giovani, sembra presentarsi sempre più frequentemente perché, probabilmente, è stato loro insegnato soprattutto a ripetere, a ‘riferire fedelmente’ qualcosa che è già accaduto, o che hanno letto o ascoltato a lezione, che hanno osservato, ma troppo raramente ad immaginare ciò che sarebbe potuto accadere solo se… cosa potrebbe o non potrebbe accadere fra poco, nel breve, ma anche nel medio e lungo termine (che ne sarà delle materie scolastiche fra 15, 20 o 30 anni?, e del lavoro dell’informatico, del programmatore, dell’insegnante o del giornalista? e ci sarà ancora il problema dell’immigrazione, delle disuguaglianze, del caro affitti, del lavoro in nero, ecc.?).
Si tratta di domande tutto sommato legittime dal momento che stiamo già vivendo in un’epoca VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity), ce siamo già immersi in una vera e profonda crisi di immaginazione che dovrebbe impegnare tutti e tutte a cercare di provocarla, tutelarla e, perché no, dato che sembrerebbe possibile, insegnarla (Wright Mills, 1959; Arjun Appadurai, 1996; Cornelius Castoriadis, 1978; ecc.) A pensarla così sono persino Martin Reeves e Jack Fuller che, da economisti propensi a sostenere e ad incoraggiare la competizione, si sono trovati ad intitolare un loro contributo comparso nell’Harvard Business Review nel 2020 ‘Abbiamo bisogno di immaginazione ora più che mai’, anche se, probabilmente, nell’affermarlo, non avevano come priorità il benessere delle persone, delle loro comunità e dei loro contesti ambientali di vita, ma la sopravvivenza dell’economia neoliberale.
Dovremmo cercare di provocare l’immaginazione per una serie di ragioni che, a mio avviso, potrebbero essere facilmente condivisibili:
- la prima si riferisce al fatto che nonostante tante cose non vadano come ci piacerebbe, la maggioranza di noi, tende ancora a ‘resistere al cambiamento’, a non darsi da fare affinché il futuro non continui ad essere, semplicemente, un prolungamento del presente;
- la seconda è che abbiamo allenato troppo poco la nostra immaginazione tanto che non riusciamo nemmeno a descrivere ‘i dettagli’ che potrebbero farci dire che il domani è iniziato, arrivando a sperimentare disagio nel momento in cui dobbiamo precisare dove e con chi ci piacerebbe essere e fare qualcosa in futuro… fra tre mesi, fra un anno…;
- la terza è che senza di essa, senza il ricorso a quella che Seligman et al (2018) chiamano prospection, una sorta di immaginazione pragmatica, che trasforma il nome ‘immaginazione’ in una serie estremamente variegata di verbi, è difficile provocare i cambiamenti auspicati.
Per altro, fra questi verbi, che indicano soprattutto cosa dire e cosa fare, quelli che attirano maggiormente le mie simpatie, sono soprattutto due: il verbo ‘resistere’ e il verbo ‘provocare’ che annovero anche tra quei ‘motori ibridi’ che potrebbero condurci a ridurre le disuguaglianze esistenti a proposito del ‘diritto ad immaginare’. Che ci sia bisogno di questi verbi è confermato anche da una serie di studi che indicano che questo diritto non è ugualmente garantito a tutti e tutte, che è distribuito in modo non equo tra la popolazione e che, ancora una volta, a non poterlo esercitare appieno sono le fasce più deboli e vulnerabili per ragioni, soprattutto, di natura socioculturale.
Ma occupiamoci un po’ di questi verbi. Qui mi limiterò a considerare il verbo resistere: il secondo scritto sarà dedicata completamente, invece, al verbo provocare.
Il verbo ‘resistere’, come suggerisce anche la sua etimologia, indicherebbe l’azione di fermarsi, il trasformarsi in una barriera nei confronti di ciò che si sta muovendo in modo minaccioso verso di noi o verso qualcosa, l’impedire a ciò di ‘penetraci’, di danneggiarci o addirittura distruggerci. Abbiamo sentito frasi come ‘Quella diga non ha resistito alla piena, quel ponte non ha resistito all’usura dei piloni, ecc.’; anche in biologia ci sono alcuni corpi che resistono alle infezioni, all’azione di sostanze tossiche, e, nelle scienze delle costruzioni, a proposito di materiali, sistemi e strutture resistenti al calore, all’umidità, e, persino, ad eventi naturali devastanti e così via.
Va da sé che è meglio essere resistenti piuttosto che fragili, ma entrambe queste espressioni (resistenza e fragilità) mi fanno pensare a qualcosa che può esserci o non esserci, qualcosa che può essere stato più o meno determinato da qualcosa o da qualcuno o essersi sviluppato secondo la legge della casualità. Anche la progettazione del futuro e l’immaginazione che potremmo utilizzare per anticiparlo e costruirlo, hanno bisogno di resistenza, ma di una marcatamente attiva e proattiva, che si articola in una serie di azioni, che possono essere pure di vera e propria lotta, al fine di ottenere riconoscimenti, cambiamenti, miglioramenti. D’altra parte, si sente dire spesso che la nostra Costituzione si basa proprio sulla resistenza ‘attiva’ di molti nostri buoni antenati.
Il ‘derivato psicologico ed economico-finanziario’ della resistenza è resilienza, che però avrebbe a che fare con l’arretrare, dal latino ‘resilire’, il saltare indietro; preciso però che, a partire soprattutto dagli inizi del XXI secolo, questa parole è entrata nell’uso comune per indicare genericamente la capacità di reagire, di non farsi abbattere da eventi avversi (si pensi al PNRR che sembra far dipendere la Ripresa dalla Resilienza).
Il disagio che avverto in presenza di questa espressione e della sua consorella, la flessibilità, é aumentato drasticamente in questi ultimi anni, constatando l’ampio uso che ne ha fatto e continua a farne il mondo imprenditoriale ed economico di tipo marcatamente neoliberale. Si sente infatti sempre più spesso parlare di resilienza e flessibilità di chi lavora. Ed ecco che i lavoratori e le lavoratrici per essere impiegabili (… impiegabili o piegabili?) in nome della resilienza, debbono dimostrare flessibilità operativa, adattabilità, ‘piegabilità’ anche di fronte a nuove ed impreviste mutazioni e richieste. La ‘resilienza’ e la flessibilità vengono così scaricate sull’individuo ed inserite tra le ‘competenze’ che dovrebbero ormai possedere tutti e, in particolare, i cittadini e le cittadine del futuro, che dovranno ridurre al minimo le pretese e dimostrare ‘comprensione’ per i loro ‘datori di lavoro’ anche quelli che non fanno investimenti sulla sicurezza, sull’adozione di processi lavorativi meno stressanti, su migliori protezioni sociali, la cui assenza si associa a incidenti e morti sul e nel lavoro, sempre più frequenti e intollerabili.
Queste preoccupazioni, sono ormai rintracciabili in tanti contributi di ricerca multidisciplinari; Byung-Chul Han (2020), filosofo, parla di ‘società della prestazione e della stanchezza’, Illouz (2018), sociologo, critica aspramente tutte le posizioni di coloro che tendono a ‘psicologizzare’[2] i problemi sociali, a trasformarli in difetti psicologici ed anomalie individuali, incuranti di quanti, di contro, partendo dai tempi della fondazione del Club di Roma, si sono trovati a parlare della necessità di porre un freno alla crescita. Anche a me, come a Fusaro (2022), verrebbe da dire che ‘Odio la resilienza’ e che coloro che la pretendono dimenticano che la fragilità è una caratteristica ineliminabile dell’homo sapiens. La resilienza, come la ‘flessibilità’ aggiungo io, trasformano i cittadini in sudditi ideali, perché, come dice Fusaro, vengono invitati ad accontentarsi di ciò che c’è, di ciò che viene loro offerto, facendo credere che non esistano alternative, che non esista null’altro, nemmeno la possibilità di immaginare e tentare di concretizzare qualcosa di diverso.
Certamente se desideriamo essere attivi nella costruzione della nostra esistenza e della vivibilità dei nostri ambienti dobbiamo praticare comportamenti tesi a non mollare l’osso in presenza del primo ostacolo o delle prime difficoltà, a favorisce il raggiungimento di obiettivi anche difficili, e in particolare ad opporci ad un presente considerato l’unico possibile. Ma questa è resistenza attiva nei confronti di tutto ciò che può costituire una minaccia. La resistenza, a differenza della resilienza, proprio perché non passiva si contrappone alla presenza di qualcosa che non va, come pretese ingiuste o poco rispettose della dignità umana e sociale, o la presenza di ‘invasori aggressivi’ interessati alla nostra sudditanza. Essa così è fondamentale per l’immaginazione, e in particolare a quella che guarda ai miglioramenti a proposito della qualità della vita di tutti gli esseri viventi, presenti e futuri e dei loro contesti ambientali.
Nel frattempo, anticipo che nella seconda parte di questo scritto, oltre ad insistere sul diritto ad immaginare, considererò anche come l’immaginazione può essere provocata ed insegnata. Nel frattempo, invito tutti e tutte coloro che sono interessati alla propria immaginazione, a compilare e spedirmi il questionario che qui allegato (salvatore.soresi@unipd.it) al quale farò seguire gratuitamente una relazione di commento e riflessione a proposito:
1) di quanto ognuno/a potrebbe considerarsi in crisi di immaginazione;
2) di quanto e come si sta impegnando in favore dell’immaginazione e
3) di cosa si aspetta dai sistemi educativo-formativi e dalla politica in merito a ciò.
La mia immaginazione: come viene trattata e a cosa mi serve?
a cura di S. Soresi (2025)
Istruzioni
Qui di seguito sono state riportate alcune frasi che abbiamo sentito esprimere spesso all’interno di gruppi di discussione a proposito di come stanno andando le cose nel presente e di come potrebbero cambiare in un futuro che, tra l’altro, è già dietro l’angolo.
Si legga una frase alla volta e si indichi, utilizzando una scala da 1 a 7, quanto la si potrebbe sottoscrivere tenendo presente che:
1: indica che non si sottoscriverebbe per nulla quella frase;
7: che descrive molto bene il proprio modo di pensare e comportarsi.
È possibile, ovviamente, utilizzare anche gli altri valori (2, 3, 4, 5, 6,) che indicano i valori di accordo intermedi.
| 1. Sento spesso parlare di cambiamento climatico, di giustizia sociale e di riduzione delle disuguaglianze, ma non riesco nemmeno ad immaginare cosa concretamente si potrebbe fare. |
| 2. Vado spesso alla ricerca delle novità per scoprire cosa potrebbe interessarmi di più. |
| 3. La scuola insegna a ripetere ciò che si è studiato o sentito a lezione, non ad immaginare, a diventare una persona ‘diversa’. |
| 4. Ciò che immagino per la mia vita non sono cose straordinarie: Un buon lavoro, una famiglia e una casa dignitosa. |
| 5. Mi piace conoscere nuove persone soprattutto quelle che mi sembrano molto diverse da me. |
| 6. La scuola dovrebbe insegnare che ogni materia ha bisogno di fantasia ed immaginazione e a cosa potrà servire anche in futuro. |
| 7. Penso che i social media e il gran tempo trascorso con lo smartphone riducano la capacità di riflettere su ciò che accade veramente e la capacità di immaginare cosa si potrebbe fare il un presente e un futuro di qualità per tutti. |
| 8. Nonostante tutto ciò che vedo attorno a me sono ottimista e penso di avere le capacità necessarie per cavarmela bene anche in futuro. |
| 9. La maggior parte dei politici pensa soprattutto a cosa fare per essere rieletta senza nemmeno immaginare cosa potrebbe fare per il benessere delle future generazioni. |
| 10. Sono talmente preso dalle cose negative del presente che non riesco nemmeno ad immaginare alternative possibili. |
| 11. Penso e mi do da fare per precisare meglio ciò che vorrei veramente dalla mia vita, come realizzare i miei desideri e ciò che considero veramente importante. |
| 12. Né la scuola, né i politici sono riusciti a suggerirmi cosa fare per non buttar via il mio tempo libero, dove andare, a quali gruppi iscrivermi e cosa fare per aumentare la mia creatività e il mio bisogno di novità. |
| 13. Faccio molta fatica a descrivere la giornata tipo che desidero per il mio futuro. |
| 14. Partecipo spesso a movimenti sociali e ad iniziative collettive in favore della salvaguardia dell’ambiante e di tutto ciò che potrebbe rendere migliore il futuro. |
| 15. Gli e le insegnanti fanno parlare molto poco i propri studenti e le proprie studentesse, non li conoscono, non sanno cosa essi ed esse immaginano per il loro futuro. |
| 16. Immaginare un futuro brillante per me è al di sopra delle mie vere possibilità. |
| 17. I miei miti, le persone alle quali mi ispiro e a cui vorrei assomigliare, sono molto diversi da quelli che mi trovo a frequentare. |
| 18. Oggi, sia la scuola che la politica, prestano tanta attenzione alle nuove tecnologie, alle leggi dei mercati, e chiedono sempre più spesso di essere realistici, di stare con i piedi per terra e di lasciar perdere la fantasia, i sogni, le aspirazioni. |
| 19. Far navigare la mia fantasia ed immaginare cose strane, non fa per me, preferisco guardarmi attorno e stare con i piedi per terra. |
| 20. La scuola e i nostri politici hanno generalmente una brutta immagine della gioventù di oggi… ma forse non riescono nemmeno ad immaginare quante cose potrebbero fare per non pensarla più così. |
| 21. Sono disposto/a a correre anche tanti rischi pur di riuscire a trovare qualcosa di veramente originale, qualcosa che pochi sceglierebbero come studio o lavoro. |
Bibliografia
Appadurai, A. (1996) Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization (1996). Tr.it., Modernità in polvere, Milano: Raffaello Cortina.
Belpoliti, M. (2015). I ragni, meravigliosi artisti della tela condannati a morire d’amore. La Stampa, 25 agosto.
Castoriadis, C. (1978) History as Creation, Solidarity, London: Pamphlet 54.
Elder, G.H. (1999). Children of The Great Depression. Londra: Routledge.
Fusaro, D. (2022) Odio la resilienza. Contro la mistica della sopportazione, Milano: Rizzoli.
Ghosh, A. (2016). The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable. Tr.it ital: La grande cecità: Il cambiamento climatico e l’impensabile (2017), Milano: Neri Pozza Editore.
Han, B-C. (2022). Palliativgesellschaft Schmerz heute. Berlin: Ullstein Verlag.
Illouz, E. (2018). Happycratie: Comment l’industrie du bonheur a pris le contrôle de nos vies. Paris: Premier Parallèle.
Reeves, M., J. (2020). Abbiamo bisogno di immaginazione ora più che mai. Harvard Business Review.
Roßlera, De Agroò et. al (2022), Regularly occurring bouts of retinal movements suggest an REM sleep–like state in jumping spiders, PNAS, Vol. 11, 33. https://doi.org/10.1073/pnas.2204754119.
Seligman, M. E.R., Railton, P., Baumeister, R.F., Sripada, C. (2016). Homo Prospectus, Oxford University Press.
Wright Mills, C.W. (1959). The Sociological Imagination, Tr.it., L’immaginazione sociologica, Milano: Il Saggiatore, 2017.
[1] Il dialogo a proposito dei ragni e delle ragne tra il Prof. Roncato e me, continua ancora: ogni tanto mi manda della ‘bibliografia’. Mentre sto scrivendo queste righe mi ha inoltrato due articoli: a) il primo è di Marco Belpoliti (2015) che afferma che il filo di seta che tesse è un capolavoro fisico-chimico e che i maschi si accoppiano una volta sola nella loro vita salvo poi essere divorati dalle femmine. Ci ricorda anche che persino Primo Levi si meravigliava del fatto che per molte persone il primo impulso di fronte a un ragno è la ripugnanza. Le ragioni possono essere tante: la sua forma, le zampe, la natura di carnivoro. Eppure, i ragni sono uno degli animali più affascinanti che esistono sulla faccia della Terra. b) Il secondo è un articolo scientifico comparso su PNSA (2022) a dirma di Roblera et al. che sostengono che il sonno e i suoi stadi sono presenti in tutto il regno animale ed anche negli artropodi. Ciò per altro ci fa domandare, a Sergio Roncato e a me, se i ragni siano persino dei sognatori!
[2] La psicologia ‘seria’, quella interessata al benessere delle persone e a come promuovere le loro capacità di problem solving, sin dagli anni ’50 ne ha studiato i processi e le condizioni favorenti il suo sviluppo. Si pensi ai contributi forniti da Blok (1924-2010), da Norman Garmezy (1918 – 2009) o da Elder (1999) che chiede all’educazione di non pensare più ai bambini come soggetti passivi, ma come attori capaci di immaginare e modellare le proprie vite
