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	<title>SIO Online Admin | Associazione SIO</title>
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	<description>Società Italiana per l&#039;Orientamento</description>
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	<title>SIO Online Admin | Associazione SIO</title>
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		<title>Assemblea Generale della SIO 2016</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 14:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[Si è svolta a Milano, il 14 settembre 2016 all’interno del XV convegno SIO “L’età dell’incertezza: Orientamento e Life Design nel 21° secolo”, l’assemblea generale della Società Italiana per l’Orientamento. Anche nel 2016 la SIO ha visto crescere le sue iscrizioni con circa il 70% dei soci rappresentanti professionisti che lavorano sul territorio nazionale nell’ambito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è svolta a Milano, il 14 settembre 2016 all’interno del XV convegno SIO “L’età dell’incertezza: Orientamento e Life Design nel 21° secolo”, l’assemblea generale della Società Italiana per l’Orientamento. Anche nel 2016 la SIO ha visto crescere le sue iscrizioni con circa il 70% dei soci rappresentanti professionisti che lavorano sul territorio nazionale nell’ambito dell’orientamento.</p>
<p>Durante l’assemblea sono state illustrate dalla presidente, Prof.ssa Laura Nota, le attività svolte dalla SIO nel 2016:<br />
• consigli direttivi svolti il 13 novembre 2015, il 15 marzo 2016, e il 16 settembre 2016, i cui verbali sono disponibili online nell’area riservata ai soci;<br />
• tra i seminari e le attività formative realizzate: Laboratori delle Professioni a scuola. Percorsi di Career Education –Acireale;<br />
• seminario “Storie e Narrazioni per l’inclusione”, tenutosi a Padova il 1 aprile 2016 e i cui video della giornata e delle presentazioni sono disponibili al seguente link: <a href="http://cda.psy.unipd.it/1aprile.php;">http://cda.psy.unipd.it/1aprile.php;</a><br />
• corso di perfezionamento “Il COACHING per l’orientamento e l’inclusione scolastica e lavorativa” che nella sua prima edizione ha visto la partecipazione di 18 professionisti che li ha coinvolti in 50 ore di attività di didattica frontale, 10 ore di didattica a distanza/on-line, 90 ore di attività di studio individuale, e circa 40 ore di attività seminariali e laboratoriali;<br />
• due numeri della newsletter “La Parola all’orientamento;<br />
• e-book gratuito per i soci “La psicologia positiva nell’orientamento e nel lavoro”<br />
• la partecipazione della SIO a progetti Europei Ecadoc – European Doctoral Programme in Career Guidance and Counseling e accesso gratuito ai lavori della prima, seconda e terza summer school tramite tramite piattaforma moodle (per ulteriori informazioni visitare la pagina web: <a href="http://larios.psy.unipd.it/ecadoc/">http://larios.psy.unipd.it/ecadoc/</a>).</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/premiazione2.jpg" alt="premiazione2" />Durante l’assemblea la Presidente, Prof.ssa Laura Nota, ha premiato la Dott.ssa Daniela Rosas per la più apprezzata comunicazione presentata da un socio SIO nei convegni italiani sull&#8217;orientamento e il life design. Lo studio si è proposto di indagare le modalità con cui gli orientatori, attraverso la comunicazione, contribuiscono a favorire una buona cultura dell’orientamento. Il contributo ha preso in esame 15 interviste realizzate a consulenti di orientamento, al fine di analizzare i vocabolari culturali di questi professionisti e mettere in evidenza ciò che può  supportare o ostacolare il percorso di consulenza. Il testo integrale del contributo è stato pubblicato nella precedente newsletter ed è visualizzabile al seguente link: <a href="https://sio.maxambroxdesign.it/nwesletter/item/3-la-sio-e-lieta-annunciare-la-socia-daniela-rosas.html">https://sio.maxambroxdesign.it/nwesletter/item/3-la-sio-e-lieta-annunciare-la-socia-daniela-rosas.html</a><br />
L’assemblea ha visto la partecipazione attiva dei soci presenti che, in chiusura dei lavori, hanno deliberato diverse proposte per il nuovo anno, rappresentative di tre buone ragioni per essere Socio SIO:<br />
&#8211; un premio per il miglior poster o relazione a firma di un non professionista della ricerca. Il premio consisterà in un compenso monetario di 300 euro e la possibilità di scrivere un contributo sulla newsletter.<br />
&#8211; “Amico/a di un socio/una socia SIO”: si prevede la possibilità da parte dei soci SIO di invitare una persona che ritengono possa essere interessata a partecipare gratuitamente ad una giornata di formazione organizzata dalla SIO.<br />
&#8211; Proposte di costituzione di gruppi di ricerca/lavoro su tematiche inerenti: network per i professionisti dell’orientamento operanti nei contesti scolastici; inclusione lavorativa; lavoro decente; università e carcere.</p>
<p>Ricordiamo a tutti gli interessati che si può chiedere di diventare Socio:<br />
&#8211; aderente se si è interessati a contribuire alla diffusione della cultura dell’orientamento e alla realizzazione delle finalità della SIO così come sancito dall’art.4 del proprio Statuto, oppure<br />
&#8211; socio ordinario se si è interessati a contribuire alla diffusione della cultura dell’orientamento e alla realizzazione delle finalità della SIO e se in possesso dei requisiti indicati dall’art.7 dello Statuto.<br />
Anche per il 2017 la quota associativa è prevista per tutti i soci nella seguente misura:<br />
• 30,00 euro nel caso di soci aderenti;<br />
• 50,00 euro nel caso di soci ordinari.<br />
Per maggiori informazioni sull’iscrizione, visita il seguente link: compilando la scheda presente al seguente link: <a href="https://sio.maxambroxdesign.it/editions-a-pricing/associazione-sio-padova-diventa-socio.html">https://sio.maxambroxdesign.it/editions-a-pricing/associazione-sio-padova-diventa-socio.html</a></p>
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		<title>Un percorso di orientamento per Minori Stranieri Non Accompagnati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 14:14:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[A cura di Andrea Zammitti &#38; Paola Magnano Nel periodo temporale compreso tra il 2006 e il 2014, il numero di minori soli presi in carico dal sistema di accoglienza italiano mostra un trend in crescita, con un incremento considerevole nel triennio 2012/2014, anno nel quale il numero di minori presi in carico arriva a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cura di Andrea Zammitti &amp; Paola Magnano</em><br />
Nel periodo temporale compreso tra il 2006 e il 2014, il numero di minori soli presi in carico dal sistema di accoglienza italiano mostra un trend in crescita, con un incremento considerevole nel triennio 2012/2014, anno nel quale il numero di minori presi in carico arriva a 13523; la maggior parte di essi si colloca nella fascia di età compresa tra 15 e 17 anni. Di questi 3131 sono stati presi in carico solo in Sicilia, nel 2014 (Giovannetti, 2016). Con riferimento ai dati relativi al biennio 2013/2014, riportati nell’ultimo Rapporto Anci (2016), oltre agli interventi più frequenti in materia di assistenza e protezione predisposti a tutela dei minori soli (ad es., solo per citarne alcuni, colloqui con i minori, collocamento del minore in un luogo sicuro), possono essere individuati anche interventi volti più specificatamente all’integrazione sociale del minore, che sono quelli che hanno registrato un incremento nel periodo temporale considerato; si tratta di attività volte a sviluppare nel minore le conoscenze di base atte ad intraprendere relazioni con la comunità di accoglienza ed ottenere maggiori possibilità di integrazione. L’intervento più ricorrente riguarda l’organizzazione di corsi di alfabetizzazione ed insegnamento della lingua italiana, la possibilità di usufruire di un mediatore linguistico-culturale e l’inserimento scolastico nella scuola dell’obbligo. Infine, vengono realizzate, anche se in misura minore, attività che accompagnano il minore prima alla formazione professionale e all’apprendistato e poi all’inserimento lavorativo. Se analizziamo le motivazioni che spingono alla migrazione (Giovannetti, 2016), esso sono diverse tra loro e comprendono la fuga dalla guerra, la ricerca di nuove opportunità lavorative, o, anche la sperimentazione di nuovi modelli di vita (Giovannetti, 2008a; 2008b). Questi adolescenti arrivano in Italia con un preciso progetto migratorio: migliorare le loro condizioni di vita; generalmente tale progetto comprende anche la voglia di crearsi delle occasioni di inserimento sociale e lavorativo, con l’obiettivo, nella maggior parte dei casi, di aiutare le famiglie di origine rimaste nel loro Paese. Nonostante tali motivazioni siano incentrate prevalentemente sul tema del lavoro, tuttavia gli interventi finalizzati all’accompagnamento verso il mondo del lavoro rappresentano al momento una porzione ridotta (complessivamente intorno al 15%) rispetto al totale degli interventi.<br />
L’esperienza che viene raccontata in questo articolo si riferisce ad un percorso di orientamento realizzato presso la comunità alloggio per MSNA “Casa Aylan”, gestito dalla cooperativa Passwork di Canicattini Bagni (SR).<br />
I partecipanti all’intervento sono 9 adolescenti (dei 12 ospiti della comunità), 3 provenienti dal Senegal, 1 dalla Costa D’Avorio, 2 dal Gambia, 1 dalla Guinea e 2 dall’Egitto, di età compresa tra 14 e 17 anni. Come tutti gli adolescenti hanno sviluppato, più o meno chiaramente, aree di interesse relative alle professioni, ma spesso la diversità del contesto culturale pone delle difficoltà aggiuntive al loro inserimento lavorativo, in quanto le idee del lavoro e delle professioni sono fortemente legate al contesto culturale di origine. Per tale ragione è necessario ancor di più, oltre che lavorare sulle dimensioni classiche dell’orientamento (Di Nuovo, 2000, 2003; Di Nuovo &amp; Magnano, 2013; Soresi &amp; Nota, 2000; Nota &amp; Soresi, 2000), ampliare, innanzitutto, la conoscenza del mondo professionale italiano. Pertanto gli obiettivi dell’intervento sono stati così definiti:<br />
1.    Migliorare la conoscenza che i minori stranieri hanno di se stessi e acquisire consapevolezza riguardo alle percezioni sociali di cui sono destinatari.<br />
2.    Esplorare le rappresentazioni cognitive dei partecipanti coinvolti riguardo al lavoro al fine di “aggiustarle” rispetto a possibili ricadute negative per le scelte formative o professionali future.<br />
3.    Indagare in che modo il passato potrebbe influenzare le scelte formative e lavorative future, attraverso lo strumento del Career Genogram.<br />
4.    Esplorare i valori personali e professionali, quali determinanti importanti della scelta formativa e lavorativa.<br />
5.    Ampliare la conoscenza del mondo professionale italiano.<br />
6.    Analizzare gli interessi professionali.<br />
Gli incontri sono stati condotti da un orientatore, supportato da un mediatore culturale e da un educatore della comunità. Nel corso degli incontri, i minori sono stati suddivisi in piccoli gruppi, sulla base della lingua parlata (francese, inglese o arabo). Le differenze culturali hanno reso necessario l’uso di procedure prevalentemente narrative e qualitative (Savickas, Nota, Rossier, Dauwalder, et al., 2009; Soresi &amp; Nota, 2010), che enfatizzano la valorizzazione delle esperienze passate e presenti nella progettazione del futuro e sono particolarmente consigliate quando si svolge l’attività orientativa in contesti socioeconomici svantaggiati, con persone disabili o provenienti da culture diverse. Il percorso è stato articolato in 7 incontri incentrati sulle seguenti tematiche:<br />
1.    Conoscenza di se stessi<br />
2.    Albero della vita.<br />
3.    Definizione di lavoro.<br />
4.    Career Genogram<br />
5.    Conoscenza del mondo professionale italiano.<br />
6.    Interessi professionali.<br />
7.    Sintesi finale.<br />
Il profilo finale che è stato restituito ad ogni ragazzo comprende: immagine del sé reale e del sé sociale, valori e interessi professionali. Durante il colloquio finale, condotto in forma individuale, è stato discusso con i partecipanti al progetto tutto quello che è emerso da ogni singolo incontro.<br />
La valutazione è stata condotta attraverso l’utilizzo di due strumenti già inseriti nelle attività del percorso:<br />
1.    L’Inventario Iconografico degli Interessi Professionali (3IP, Boerchi &amp; Magnano, 2015), un questionario self-report sugli interessi professionali che utilizza il disegno come stimolo, che è stato utilizzato in modalità qualitativa. Per ogni carta del 3IP (le carte sono in tutto 65, una per ogni professione rappresentata) è stato chiesto ad ogni partecipante: (1) se conoscesse quella professione; (2) di indicare su una scala da 0 a 10 il grado di familiarità con essa. La scala da 0 (nessuna conoscenza) a 10 (ottima conoscenza) è stata scelta per analogia con la valutazione scolastica, con la quale i ragazzi partecipanti hanno dimestichezza. Per superare le barriere linguistiche, al nome di ogni professione è stata aggiunta la traduzione nelle lingue dei paesi di provenienza di ogni minore (nello specifico inglese, francese e arabo). Per ogni professione è stata calcolata la media aritmetica della familiarità che i partecipanti hanno con ogni professione. Tale media, calcolata sia nella fase ante che in quella post, ha permesso di valutare l’efficacia del percorso di orientamento, valutando se ci sono stati incrementi nella conoscenza di alcune professioni.<br />
2.    La seconda modalità di valutazione ha previsto il confronto, tra pre e post, della definizione di lavoro, attendendosi, nelle definizioni prodotte dopo il percorso di orientamento, una maggiore ricchezza di contenuti ed una maggiore ampiezza di significati ad esso attribuiti.<br />
I risultati della valutazione mettono in evidenza che: (1) rispetto alla conoscenza del mondo professionale italiano, i partecipanti, in generale, hanno sviluppato una maggiore conoscenza sul mondo lavorativo italiano. Questo è riferito a tutte le aree presenti nel 3IP, ad eccezione dell’area classica (storico, geografo e archeologo) e scientifica (scienziato, chimico e biologo) per le quali sembra ci sia stato uno scarso miglioramento delle conoscenze. Le scelte professionali dei ragazzi coinvolti nel percorso ricadono, in particolare, nell’area automobilistica (meccanico, carrozziere) e tecnica (falegname, elettricista e fabbro). Tali scelte potrebbero trovare spiegazione nel fatto che molti di essi hanno già svolto, nel Paese di origine, tali professioni. Altre preferenze sono relative all’area alberghiera (cuoco), agraria (agricoltore), militare (militare) e turistica (guida turistica e steward), attività lavorativa che, probabilmente, considerano di facile accesso oppure per le quali ritengono di possedere le competenze necessarie. (2) Riguardo alla definizione di lavoro, nella fase preliminare è emerso che, secondo i partecipanti coinvolti nel progetto, il lavoro è qualcosa che serve per ottenere dei vantaggi economici (8 su 9), che permette di prepararsi per il futuro (4 su 9) e che serve per aiutare economicamente la famiglia di origine (6 su 9). Soltanto un ragazzo afferma che il lavoro permette anche il raggiungimento del benessere psicologico dell’individuo, mentre nessuno lo vede come un’attività utile a percepirsi come membro della società. Nella fase finale del percorso è aumentato il numero di ragazzi che ritengono che il lavoro, oltre ad essere un’attività che serve per ottenere vantaggi economici, prepararsi per il futuro e aiutare economicamente la famiglia, è qualcosa che serve per raggiungere il benessere psicologico (6 su 10) e sentirsi parte della società (5 su 9).<br />
In conclusione, le attività realizzate durante il percorso di orientamento hanno visto la partecipazione attiva di tutti i minori stranieri non accompagnati coinvolti. La valutazione realizzata mediante le tecniche qualitative ha permesso di rilevare come ci sia stato, tra l’inizio e la fine del percorso, un aumento della conoscenza del mondo professionale italiano. I risultati ottenuti dalla valutazione degli interessi professionali permettono di inserire i minori in percorsi di tirocinio che siano coerenti con i propri interessi. Questo vale, in particolare, per i minori che hanno compiuto il diciassettesimo anno di età e che non frequentano più la scuola ma mostrano il desiderio di svolgere un’attività per prepararsi a trovare un lavoro. Considerando i risultati ottenuti, il percorso aiuta ad aumentare le conoscenze sul mondo professionale italiano, indagare gli interessi professionali dei minori stranieri non accompagnati senza il ricorso a test quantitativi e a riflettere sull’idea del lavoro e di come quest’ultimo sia legato al raggiungimento del proprio benessere. Naturalmente esso rappresenta un piccolo tassello in un più ampio percorso di inclusione sociale, che dovrebbe prevedere, tra gli interventi di career education, anche un lavoro più approfondito sul sé e sulle risorse psicosociali (Di Nuovo &amp; Magnano, 2013) che sostengono la progettualità futura, nei termini del più ampio progetto di vita.</p>
<p>Bibliografia<br />
Boerchi, D., &amp; Magnano, P. (2015). Iconographic Professional Interests Inventory (3IP): A New Validation Study. Europe’s Journal of Psychology, 11(4), 571–596. <a href="http://doi.org/10.5964/ejop.v11i4.927">http://doi.org/10.5964/ejop.v11i4.927</a><br />
Di Nuovo, S. (2000). Percorsi di orientamento educativo. Troina (EN): Oasi Editrice.<br />
Di Nuovo, S. (2003). Orientamento e formazione. Progetti ed esperienze nella scuola e nell’università. Firenze: Giunti OS.<br />
Di Nuovo, S., &amp; Magnano, P. (2013). Competenze trasversali e scelte formative. Strumenti per valutare metacognizione, motivazione, interessi e abilità sociali per la continuità tra livelli scolastici. Trento: Erickson.<br />
Giovannetti, M. (2008a). Percorsi di accoglienza e di esclusione dei minori non accompagnati. Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2.<br />
Giovannetti, M. (2008b). L’accoglienza incompiuta. Le politiche dei comuni italiani verso un sistema di protezione nazionale per i minori stranieri non accompagnati. Bologna: Il Mulino.<br />
Giovannetti, M. (a cura di) (2016). VI Rapporto Anci. I comuni e le politiche di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Un’analisi longitudinale a guida dei percorsi futuri. CittaItalia, Fondazione Anci ricerche.<br />
Nota, L., &amp; Soresi, S. (2000). Autoefficacia nelle scelte. La visione sociocognitiva dell’orientamento. Firenze: Giunti OS.<br />
Savickas M. L, Nota L., Rossier J., Dauwalder J-P., Duarte M.E., Guichard J., Van Esbroeck R., &amp; Van Vianen A. E. M. (2009). Life designing: A paradigm for career construction in the 21st century. Journal of Vocational Behavior, 75(3), 239–250.<br />
Soresi S., &amp; Nota L. (2010). Alcune procedure qualitative per il career counselling. In: Nota L. Soresi S. (Eds.), Sfide e nuovi orizzonti per l’orientamento. Metodologie e buone pratiche. Firenze: Giunti OS.<br />
Soresi, S., &amp; Nota, L. (2000). Interessi e scelte. Come si evolvono e si rilevano le preferenze. Firenze: Giunti OS.</p>
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		<title>Orientamento: criteri e proceddi decisionali dei ragazzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Nov 2016 14:11:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[Una ricerca sul funzionamento degli adolescenti di fronte alle scelte del  “cosa fare dopo” A cura di Alessandra Crispino, Alessandro Fabbri, Ilaria Gomiero, Mauro Martinasso Centro di Psicologia Ulisse &#8211; Torino Quanto investono i ragazzi sulla scelta, chi sceglie e come, come si rappresentano nel futuro, quale posto è dato agli adulti e quale al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una ricerca sul funzionamento degli adolescenti di fronte alle scelte del  “cosa fare dopo”</p>
<p><em>A cura di Alessandra Crispino, Alessandro Fabbri, Ilaria Gomiero, Mauro Martinasso</em><br />
<em>Centro di Psicologia Ulisse &#8211; Torino</em></p>
<p>Quanto investono i ragazzi sulla scelta, chi sceglie e come, come si rappresentano nel futuro, quale posto è dato agli adulti e quale al gruppo dei pari nel processo di orientamento, sono alcuni dei quesiti che hanno fatto da sfondo alla ricerca svolta dal Centro di Psicologia Ulisse “Orientamento: criteri e processi decisionali dei ragazzi”. Si tratta di un’indagine sulla percezione che i ragazzi hanno della rilevanza della scelta, degli aspetti emotivi ad essa legati, dell’idea del futuro, delle strategie che ritengono di mettere in atto rispetto alla scelta e dei criteri utilizzati. 3500 ragazzi di 14 scuole secondarie di primo e di secondo grado, di Torino e provincia, sono stati interrogati tramite focus-group e questionari sul loro approccio emotivo e strategico alla scelta del “cosa fare dopo”.</p>
<p>Dall’analisi dei questionari emerge il “mito dell’eroe solitario”, una rappresentazione di sé potente, capace, senza paura, di affrontare da solo la scelta.<br />
I dati ci dicono che, pur riconoscendo la scelta come “Momento molto importante della mia vita” (67,5%) c’è una tendenza generale alla negazione degli aspetti di timore e fragilità: di fronte alla scelta mi sento grande, pronto, sicuro, normale come sempre, sono le voci più scelte dai ragazzi.<br />
Solo il 32% del campione ha affermato di sentirsi spaesato e il 16% di sentirsi perso. All’indagine specifica sui timori legati alla scelta il 61.6% ha riferito di sentirsi tranquillo.<br />
I ragazzi sembrano impegnati nel tentativo di prendere distanza dai risvolti emotivi legati al compito della scelta, come se fosse un compito normale (54.2%) più che non eccitante (44.9%).<br />
Il 59% riferisce di avere un’idea precisa di cosa vuole fare da grande e solo il 26% ha ammesso di non averne ancora idea.<br />
Più sono piccoli e più si descrivono come sicuri di sé nel momento della scelta: i ragazzi di terza media più di quelli dell’ultimo anno delle superiori dicono: “Ho sempre saputo cosa scegliere” e “non mi sono posto il problema”, prendono in considerazione meno opzioni e riferiscono più idee precise su cosa vogliono fare da grandi.<br />
A fronte di una rappresentazione di sé sicura e spavalda, la confusione dei ragazzi di fronte alla scelta emerge dalle contraddizioni delle loro risposte al questionario, come quando dicono sia di sapere da sempre cosa scegliere, sia di starci ancora pensando; sia di ragionare molto, sia di seguire l’ispirazione. Emergono contraddizioni e paradossi anche quando riferiscono che per scegliere la maggior parte delle loro azioni è rivolta alla ricerca di informazioni (82.4%) e all’ascolto dei consigli (80.3%), ma poi, tra i criteri da loro ritenuti più utili per scegliere, ci sono molto poco sia le informazioni (8.2%), sia il poter fare affidamento agli altri (7%).</p>
<p>Dalle risposte dei ragazzi traspare molta fiducia nel futuro, finché è lontano. Nel futuro visto dai ragazzi di 3ᵃ media c’è una casa, una famiglia e lavoro, la possibilità di spostarsi all’estero e la fiducia di essere in grado di trovare una risoluzione in eventuali situazioni difficili, ma questi dati hanno la tendenza a diminuire per i ragazzi più grandi.</p>
<p>Colpisce dal punto di vista clinico il 5% che riferisce di vedere tutto nero, dato che cresce al 7.5% tra i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori, così come cresce la risposta non ne ho idea (dal 9% al 14%).</p>
<p>All’indagine specifica sui criteri utilizzati dai ragazzi per scegliere, essi riferiscono di basare principalmente la loro scelta o su elementi del proprio “profilo” (45%), o sulla propria idea di futuro (39%). Come già riportato, una percentuale minima dei ragazzi riferisce di orientarsi a partire dalle informazioni o dai consigli ed esempi dati da altri.<br />
La centralità riconosciuta agli aspetti individuali legati al proprio profilo e alla propria idea di futuro, è in linea con l’immagine di adolescente sicuro e spavaldo, emersa nella prima parte della ricerca e ci parla di ragazzi che di fronte alla scelta portano lo sguardo dentro di sé ma faticano a guardare fuori e ad incontrare il mondo.<br />
Sembrano pensare di conoscere molto bene se stessi, avere in mente con una certa chiarezza quali sono le proprie caratteristiche, le qualità e le abilità e sembrano cercare quella strada che coincida quasi perfettamente con le loro caratteristiche personali, più che immaginare di dover adattare delle parti di sé al mondo: è il mito della “scelta giusta”.</p>
<p>Gli elementi del proprio profilo ritenuti cruciali per la scelta sono gli interessi personali, le proprie competenze, i propri valori. Al livello socioeconomico viene dato un peso assai minore dai ragazzi di 3ᵃ media (24%) rispetto ai ragazzi delle 5ᵉ superiori (40%).</p>
<p>Rispetto all’uso dell’idea del futuro come criterio di scelta, i ragazzi mettono al centro le mie aspirazioni e considerano molto poco la possibilità di raggiungere l’autonomia. Sembrerebbe quindi che i sogni e i progetti siano molto valorizzati dai giovani ma che questi non siano immediatamente legati all’aspetto dell’autonomia e del diventare adulti.<br />
Inoltre, la continuazione del percorso di studi dopo le superiori sembra essere pensata non come una tappa necessaria alla realizzazione di un obiettivo finale, quanto piuttosto di un’ulteriore esplorazione possibile mantenendo l’identità di studente. La scelta della 5ᵃ spesso non sembra rispondere alla domanda “cosa voglio fare da grande” ma a “cosa voglio essere nel mio prossimo futuro: studente o lavoratore?”. Dai dati, infatti, chi dichiara di voler continuare gli studi spesso non ha ancora idea di cosa studiare.</p>
<p>Continuando l’indagine sui criteri di scelta, colpisce che da una parte i ragazzi riferiscano molto spesso di seguire i consigli ma che alla specifica domanda riconoscano una scarsa importanza agli altri come orientatori nella scelta. Inoltre, nessuna delle figure proposte nel questionario ha ottenuto punteggi elevati. Al primo posto c’è il parere dei genitori riconosciuto come incisivo nella scelta nel 48.5% dei casi.<br />
E’ da notare come il sentirsi più distanti dalla scelta (ragazzi di 1ᵃ superiore) renda più facile riconoscere il ruolo svolto dagli altri, mentre chi è molto coinvolto nella scelta (studenti di 3ᵃ media e 5ᵃ superiore) sente il bisogno di mettere in luce gli aspetti più individuali sottostimando invece il ruolo delle figure altre.<br />
Nelle 5ᵉ si abbassano notevolmente i punteggi legati al mondo della scuola e al confronto con gli insegnanti e in parallelo aumenta l’importanza assegnata al parere degli amici.<br />
Questi dati fanno pensare che i ragazzi abbiano un gran bisogno di essere accompagnati nella scelta, ma che ci sia una certa resistenza a riconoscere agli adulti un ruolo centrale di riferimento, come se gli altri fossero rappresentati più come minacce che come sostegno, come se l’altro potesse “rovinare” l’autenticità della scelta: è di nuovo il “mito dell’eroe solitario”.<br />
Nelle 5ᵉ si abbassano notevolmente i punteggi legati al mondo della scuola e al confronto con gli insegnanti e in parallelo aumenta l’importanza assegnata al parere degli amici. Questo dato potrebbe essere letto come il bisogno di slegarsi dalle figure di riferimento adulte per rifarsi invece a modelli che vengono scelti e selezionati dai ragazzi stessi all’interno del mondo dei pari.<br />
Anche lo scarso riconoscimento che hanno ottenuto le informazioni come criterio di scelta fa riflettere. E’ infatti emerso, come abbiamo già visto, che l’azione principale svolta dai ragazzi per scegliere la propria strada è la ricerca di informazioni. Viene quindi da chiedersi come mai la quasi totalità del campione riconosca, in maniera così compatta, l’importanza della ricerca di informazioni, ma poi solo il 7% ritenga questo elemento il criterio che orienta la propria scelta.<br />
E’ come se i ragazzi rimanessero sommersi da una quantità notevole di informazioni che, se non organizzata, diventa addirittura disorientante. L’esplorazione del mondo fuori diventa così una spasmodica ricerca di informazioni, di cui non si sa poi cosa farsene, e rimane la ricerca e lo sguardo rivolto dentro di sé.<br />
Le informazioni vengono per lo più cercate su internet o richieste agli amici. Molto importante risulta la possibilità di vedere i professori agli openday e le informazioni reperite da amici “all’interno” delle diverse realtà da esplorare; poco utili invece gli opuscoli e i materiali reperiti da insegnanti e genitori. Sembrano quindi più efficaci e utilizzabili le informazioni raccolte con un processo di ricerca attiva, in prima persona, con un contatto diretto con la realtà che si intende conoscere e con la condivisione tra il gruppo di pari.</p>
<p>I dati emersi da questa ricerca sono stati discussi e confrontati nel convegno, “ADOLESCENTI: CONFUSI E FELICI? Orientamento e scelta nel percorso scolastico e nella costruzione di sé”, Torino SABATO 06 FEBBRAIO 2016<br />
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI</p>
<p>Baumann, Z. (2002) Modernità liquida. Bari: Laterza</p>
<p>Ferrari, L. &amp; Nota, L. (2013). The role of hope on adolescents career construction. International Conference &#8220;Life Design and career counselling: Building hope and resilience. June, Padova.</p>
<p>Grimaldi, A., &amp; Del Cimmuto, A. (2006). Dialoghi sull’orientamento: dall’esperienza ai modelli.</p>
<p>Mariani, A. (Ed.). (2014). L&#8217;orientamento e la formazione degli insegnanti del futuro (Vol. 123). Firenze University Press.</p>
<p>MIUR (2014), Linee guida nazionali per l’orientamento permanente.</p>
<p>Nota, L. &amp; Soresi S. (2015). Le minacce e le sfide dei nostri tempi. In Nota L., Ginevra M.C. &amp; Soresi S., Tutti diversamente a scuola (17-33). Padova: Cleup.</p>
<p>Nota, L., Soresi, S., Ferrari, L. &amp; Wehmeyer, M.L. (2011). A multivariate analysis of the self-determination of adolescents. Journal of Happiness Studies, 12 (2), 245-266.</p>
<p>Pietropolli Charmet, G. (2008). Fragile e spavaldo. Bari: Laterza</p>
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		<title>Report dal il XVI Convegno SIO “Orientamento e Life Design nel 21° secolo”</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2016 12:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A cura di Chiara Annovazzi e Maria Cristina Ginevra Università di Milano Bicocca Dal 13 al 15 ottobre 2016 si è tenuto presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca il XVI Convegno SIO “Orientamento e Life Design nel 21° secolo”, che ha visto la partecipazione di più di 150 relatori e di quasi 500 iscritti tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cura di Chiara Annovazzi e Maria Cristina Ginevra</em><br />
<em>Università di Milano Bicocca</em></p>
<p>Dal 13 al 15 ottobre 2016 si è tenuto presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca il XVI Convegno SIO “Orientamento e Life Design nel 21° secolo”, che ha visto la partecipazione di più di 150 relatori e di quasi 500 iscritti tra ricercatori, professionisti e studenti interessati alle tematiche del career counselling e della progettazione professionale.<br />
Il convegno è stato organizzato dalla SIO, dalla Commissione Orientamento dell’Università di Milano-Bicocca e dal Laboratorio Larios dell’Università di Padova, e si è caratterizzato come un’occasione di confronto, in ottica multidisciplinare, per individuare approcci teorici e metodologici, risorse e strumenti che possono essere offerti alle persone e ai contesti per fronteggiare le situazioni di transizione e di difficoltà e per valorizzare le energie e le strategie di risposta all’incertezza della società attuale, come è stato ben sottolineato dalla presidente della SIO, prof.ssa L. Nota, e da un membro del consiglio direttivo SIO e presidente della giunta della rete dei servizi di orientamento dell&#8217;Università di Bicocca, prof.ssa Elisabetta Camussi, prof.ssa E. Camussi.<br />
Diversi sono stati i contributi che, nel corso del convegno, sono pervenuti da ambiti disciplinari diversi, anche non tradizionalmente associati al career counselling, come l’antropologia, la giurisprudenza, l’economia, l’ingegneria e la tecnologia, oltre alla psicologia e alla pedagogia. Da tale confronto è emerso chiaramente che, dal punto di vista scientifico, le discipline cosiddette ‘soft’ e ‘hard’ possono e devono collaborare per trovare soluzioni nuove e creative a temi che riguardano il mondo del lavoro contemporaneo.<br />
A questo riguardo, le relazioni magistrali dei prof. M. Gardini e A. Bellagamba (Università di Milano-Bicocca) e del prof. F. Zurlo (Politecnico di Milano) hanno enfatizzato, rispettivamente in un’ottica antropologica e tecnologica, i cambiamenti del mercato del lavoro attuale e hanno posto l’attenzione, la prima, sulle forme di iniquità sociale, dipendenza personale e sfruttamento che caratterizzano tuttora alcuni gruppi di lavoratori e, la seconda, il ruolo che il design thinking, e in tal senso, i professionisti della tecnologia e della progettazione, possono avere rispetto alla progettualità futura in una condizione di incertezza e innovazione costante.<br />
Un ulteriore contributo sul tema del mondo del lavoro è pervenuto dal prof. D. Narducci (Università di Milano-Bicocca) e dal prof. M. Sacco (ITA-CNR) che hanno posto attenzione al ruolo della tecnologia, dell’innovazione, della realtà virtuale e aumentata, quali strumenti a supporto dell’inclusione sociale e lavorativa di persone con e senza vulnerabilità.<br />
Il punto di vista della giurisprudenza sul contesto lavorativo contemporaneo è stato magistralmente espresso dalla prof.ssa Garlati (Università di Milano-Bicocca) che si è concentrata sul diritto del lavoro e al benessere come elementi fondanti della Costituzione e della partecipazione dei singoli, e dal prof. F. Scarpelli (Università di Milano-Bicocca) che si è interrogato sulle regole attuali del mercato del lavoro (ad esempio la globalizzazione, la flexicurity), ritenendo che l’ordinamento giuridico del lavoro non debba essere solamente una tutela paternalistica del lavoratore nei confronti dell’impresa, ma soprattutto uno strumento di consapevolezza, di autodeterminazione e di scelta per le persone che lavorano.<br />
Il prof. Checchi, docente di economia politica dell’Università degli Studi di Milano, ha ulteriormente arricchito il carattere multidisciplinare del convegno, focalizzandosi sugli effetti dell’istruzione sul mercato del lavoro e su come il mondo dell’economia possa contribuire alla creazione di nuove prospettive di counselling più attente a ciò che sta accadendo nei contesti lavorativi attuali.<br />
Infine, le relazioni magistrali del prof. E. Pugliese (Università di Roma La Sapienza), della prof.ssa G. Orientale Caputo (Università di Napoli Federico II) e del prof. M. Palumbo (Università di Genova) hanno illustrato il contributo della sociologia ai temi cari del convegno. La prima presentazione si è concentrata sulle trasformazioni che i contesti lavorativi e di welfare hanno avuto negli anni, sottolineando quali fossero le continuità e le rotture che si sono sviluppate nelle diverse epoche storiche e sociali; la seconda sugli scenari, le differenze e le traiettorie del mercato del lavoro, mappando, in relazione al genere e all’età, la relazione tra il mercato del lavoro e il territorio; la terza su come la società sia cambiata con l’introduzione di nuove complessità e rischi, e di come gli individui debbano imparare a gestirli, utilizzando nuove modalità di intervento che siano flessibili ed eterogenee.<br />
Non è mancata nel corso del convegno la voce degli studiosi internazionali di career guidance e counselling: il prof. J. Masdonati dell’Università di Losanna ha sottolineato la necessità della formazione e di una serie di competenze metodologiche dei professionisti del counselling, e il prof. J. Pouyaud dell’Università di Bordeaux, basandosi sul paradigma costruttivista e del Life Design, ha posto attenzione sul lavoro decente per tutti, tema che sarà peraltro centrale nel convegno internazionale “Lavoro decente, equità e inclusione. Password per il presente e il futuro” che si terrà a Padova il prossimo 5-7 ottobre 2017.<br />
Oltre alle lectiones magistrales sopra descritte, il convegno ha previsto l’organizzazione di quattro tavole rotonde: la prima, organizzata dalle prof.sse E. Camussi (Università di Milano-Bicocca) e L. Nota (Università di Padova), ha previsto la partecipazione di un consistente numero di delegati per l’Orientamento e il Placement di varie università italiane e ha consentito un confronto sulle iniziative, sperimentazioni, esperienze di ricerca e di intervento svolte in alcune sedi universitarie al fine di condividerne le pratiche e di costruire un network di ricerca e di intervento a livello nazionale. La seconda, che ha visto come coordinatori la prof.ssa P. Patrizi e il dott. G.L. Lepri (Università di Sassari), si è interrogata sulle azioni intraprese dalle università per supportare le persone in stato di deprivazione della libertà nei loro percorsi di carriera. La terza, a cura del Network universitario per il Counselling in materia di Formazione e certificazione delle competenze (Uni.Co), è stata coordinata dal prof. Soresi dell’Università di Padova che ha ribadito come in un’epoca di costante cambiamento come quella che stiamo attraversando, il career counselling e il career coaching costituiscono degli strumenti centrali per facilitare una sorta di rinnovamento sociale al fine di migliorare le condizioni sociali e umane. Nel corso della tavola rotonda si è, inoltre, posta particolare attenzione alla professionalità del counselling, enfatizzando il carattere trans- e multidisciplinare della professione e la necessità di una formazione universitaria per i counsellor.<br />
L’ultima tavola rotonda, “Quale orientamento per un lavoro dignitoso per tutti in un’epoca di transizione ed incertezza”, anch’essa organizzata e coordinata dal prof. Soresi, si è interrogata sul ruolo del career counsellor nei contesti attuali. Nello specifico, è stato messo in evidenza che l’orientamento è oggi chiamato ad aiutare le persone a superare quelle barriere di carattere culturale e stereotipico che possono fortemente influenzare le loro scelte professionali e a stimolare una serie di capacità e competenze che consentano loro di diventare ‘designer’ dei loro percorsi professionali.<br />
Ci fa piacere sottolineare la presenza nel convegno di due simposi organizzati da colleghi della Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità (CNUDD), che hanno posto l’attenzione sull’orientamento e la progettazione professionale degli studenti universitari con disabilità. A riguardo, è stato ampiamente sottolineato il ruolo dell’orientamento per contrastare il disinvestimento nella formazione universitaria, più frequente negli studenti con disabilità e difficoltà di apprendimento, e per favorire la messa a fuoco di traiettorie professionali soddisfacenti nei giovani con vulnerabilità, che rispetto ai pari senza disabilità, sperimentano più barriere e stereotipi professionali.<br />
Soni stati organizzati anche numerosi simposi e sessioni tematiche che hanno permesso un confronto multidisciplinare sui temi dell’orientamento, della progettazione professionale e dell’inclusione nei contesti universitari, scolastici e lavorativi, per bambini, giovani e adulti con e senza vulnerabilità e disabilità. In sintonia con la mission della SIO, nell’organizzazione delle sessioni è stato dato ampio spazio al ruolo dell’orientamento nelle situazioni di disagio, con particolare attenzione all’esperienza di migrazione, alla disabilità, alle dipendenze da sostanze, alle scarse condizioni socio-economiche e alle disparità di genere. È stata, inoltre, ampiamente sottolineata la necessità di agire per tempo, in modo preventivo, creando le condizioni affinché, il più precocemente possibile e già dalla prima infanzia, si possano acquisire conoscenze e abilità che consentano alle persone di affrontare con successo le transizioni e i compiti evolutivi che il mondo del lavoro comporta. Da ultimo, si è data attenzione al diversity management, ovvero alle diversità che animano i contesti scolastici, lavorativi e organizzativi, sottolineando i vantaggi che ne derivano per il successo professionale.<br />
In occasione del convegno, si è infine tenuta l’annuale assemblea SIO, nel corso della quale è stata premiata la dott.ssa D. Rosas per la più apprezzata comunicazione presentata da un socio SIO nei convegni italiani sull&#8217;orientamento e il life design.<br />
Nel complesso, i contributi dei ricercatori e dei professionisti che hanno partecipato attivamente al convegno ha consentito l’avvio di nuovi e interessanti legami fra ricerca, territorio, cittadinanza e istituzioni a livello nazionale e internazionale, con progetti e interventi trasversali e condivisi, al fine di individuare strategie vincenti rispetto alla prefigurazione incerta degli scenari futuri. Vogliamo concludere invitando studenti, ricercatori e professionisti interessati alle tematiche che sono state approfondite nel XVI Convegno SIO “Orientamento e Life Design nel 21° secolo” a visualizzare i video delle sessioni plenarie sul sito del convegno <a href="http://larios.psy.unipd.it/ConvegnoSIO2016/">http://larios.psy.unipd.it/ConvegnoSIO2016/</a></p>
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		<title>Una storia di speranza ispirata da una ricerca condotta dal Larios dell’Università di Padova</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2015 11:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il recente studio di Nota, Santilli, Ginevra e Soresi (2014) “Employer Attitudes Towards the Work Inclusion of People with Disability”, pubblicato nel volume 27 del Journal of Applied Research in Intellectual Disabilities ha ispirato la dott.ssa Nova Sekhon, esperta di marketing della Simon Fraser University (USA), a considerare gli atteggiamenti dei datori di lavoro e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il recente studio di Nota, Santilli, Ginevra e Soresi (2014) “Employer Attitudes Towards the Work Inclusion of People with Disability”, pubblicato nel volume 27 del Journal of Applied Research in Intellectual Disabilities ha ispirato la dott.ssa Nova Sekhon, esperta di marketing della Simon Fraser University (USA), a considerare gli atteggiamenti dei datori di lavoro e i fattori che contribuiscono ad influenzarli nell’assunzione di persone con disabilità.<br />
Lo studio prende in esame gli atteggiamenti di un gruppo di 80 datori di lavoro nell’assunzione di persone con disabilità sensoriali, intellettive e con problemi del comportamento, constatando, in sintonia con letteratura internazionale (vedasi per una rassegna Soresi, 2016), atteggiamenti meno favorevoli nei confronti di lavoratori con disabilità, e in tal senso, forme di discriminazione e pregiudizio che possono comportare consistenti ostacoli alla loro partecipazione lavorativa. Peraltro, gli autori hanno osservato, a prescindere dal tipo di disabilità considerata, atteggiamenti più positivi quando venivano fornite ai datori di lavoro delle descrizioni che enfatizzavano gli aspetti positivi, in cui il focus era posto sulla presentazione dei loro punti di forza e delle caratteristiche che potevano aiutare ad individuare azioni e attività da svolgere nel contesto professionale. Gli autori commentano che questo è in sintonia con la classificazione internazionale del funzionamento (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2013) e con i recenti modelli nell’ambito della disabilità che pongono attenzione alle caratteristiche positive, ai punti di forza e alle abilità che sono centrali per le persone con e senza disabilità per relazionarsi adeguatamente agli altri e per far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide dei contesti sociali e lavorativi.<br />
L’attenzione ad una modalità positiva di presentazione delle persone con disabilità ha favorito, come precisato dalla dott.ssa Nova Sekhon, l’assunzione di una donna di 42 anni con disabilità dello sviluppo e la sua partecipazione alla vita lavorativa e sociale. Un risultato, a nostro parere, particolarmente rilevante, soprattutto in un contesto come quello attuale in cui, in relazione alla crisi economica, ai cambiamenti, all’incertezza e ai fenomeni di disoccupazione e sotto-occupazione, le attuali probabilità e possibilità di inclusione lavorativa delle persone con disabilità tendono a ridursi, tanto che il tasso di occupazione per le persone con disabilità è circa il 20% in meno rispetto a quello per le persone senza disabilità (44%; Loisel &amp; Anema, 2013).<br />
Sembra quindi importante che operatori di orientamento interessati all’inclusione lavorativa stiano attenti a come parlano dei loro clienti e delle diversità che li animano e, soprattutto, stimolino i datori di lavoro ad evitare generalizzazioni e descrizioni prevalentemente negative dei lavoratori con disabilità e vulnerabilità e a dare enfasi alle differenze e ai punti di forza che sono presenti in ciascuno (McManus, Feyes, &amp; Saucier, 2010).</p>
<p>Riferimenti bibliografici<br />
Loisel, P. &amp; Anema, J. R. (2013). Handbook of work disability, prevention and management. New York: Springer.<br />
McManus, J. L., Feyes, K. I. &amp; Saucier, D. A. (2010) Contact and knowledge as predictors of attitudes toward individuals with intellectual disabilities. Journal of Social and Personal Relationships 28, 579-590.<br />
Nota, L., Santilli, S., Ginevra, M. C., &amp; Soresi, S. (2014). Employer attitudes towards the work inclusion of people with disability. Journal of Applied Research in Intellectual Disabilities, 27, 511-520.<br />
Organizzazione Mondiale della Sanità-OMS (2013). How to use the ICF: A practical manual for using the International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Geneve: OMS<br />
Soresi, S. (2016) (Ed.). Psicologia delle disabilità e dell’inclusione. Bologna: Il Mulino.</p>
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		<title>Counseling e career counseling nei contesti riabilitativi</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 11:48:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A cura di Teresa Maria Sgaramella LaRIOS, Dipartimento FISPPA,  Università degli Studi di Padova Nel panorama internazionale, sia nella ricerca che nella pratica professionale, troviamo frequenti riferimenti al rehabilitation counselor, ovvero ad un professionista impegnato in “un processo sistematico mediante il quale persone con disabilità fisiche, evolutive, cognitive ed emotive vengono aiutate a raggiungere i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cura di Teresa Maria Sgaramella</em><br />
<em>LaRIOS, Dipartimento FISPPA,  Università degli Studi di Padova</em></p>
<p>Nel panorama internazionale, sia nella ricerca che nella pratica professionale, troviamo frequenti riferimenti al rehabilitation counselor, ovvero ad un professionista impegnato in “un processo sistematico mediante il quale persone con disabilità fisiche, evolutive, cognitive ed emotive vengono aiutate a raggiungere i loro obiettivi personali, professionali e di vita indipendente nel modo più integrato possibile, mediante attività di counseling” (Chan, Berven &amp; Thomas, 2004; Rigger &amp; Maki, 2004).<br />
Accanto a conoscenze su modelli e procedure di assessment tipiche dell’orientamento e della progettazione professionale, sviluppa l’attività professionale sui fondamenti di seguito articolati.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/news1.png" alt="news1" width="102" height="77" /> Una visione positiva della disabilità. Questo professionista lavora accanto al cliente per comprendere i problemi esistenti, le barriere e le potenzialità, al fine di facilitare l’uso delle risorse personali e ambientali per la carriera, l’adattamento sociale e la partecipazione di una persona con disabilità (Maki &amp; Tarvydas, 2011). Nel portare a termine questo processo deve essere pronto ad aiutare le persone ad affrontare le richieste del contesto ma anche ad agire nel contesto perché vada incontro ai bisogni del singolo; lavora per garantire la piena partecipazione degli individui in tutti gli aspetti della società, con una enfasi particolare sulla vita indipendente e sul lavoro (Chan, Berven &amp; Thomas, 2004). Accanto allo sviluppo e alla realizzazione personale centrata sulle caratteristiche individuali, l’attenzione sarà orientata, quindi, anche agli ostacoli e barriere che provocano disuguaglianze nelle opportunità e possibilità quali, ad esempio difficoltà di accesso all’istruzione, ai sistemi di comunicazione, al lavoro, ai servizi sanitari, ai trasporti, agli edifici pubblici ecc. (Soresi, 2016).<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/news2.jpg" alt="news2" width="101" height="102" /> Una attenzione al disagio e alle disabilità emergenti. Accanto alle forme di disabilità più note sono numerose le condizioni caratterizzate da specifiche specificità psicosociali, mediche, e professionali che motivano l’accesso e il potenziale beneficio di servizi e supporti sanitari. Queste condizioni hanno in comune l’essere croniche, progressive,e poco visibili. Inoltre, se non presentano coinvolgimenti ed impatti nel contesto lavorativo nelle fasi iniziali, con il progredire della condizione sono a rischio diversi ambiti di vita e, in particolare, lo sono se questi non sono considerati precocemente e in modo efficace nelle operazioni di assessment e negli interventi proposti. Si pensi, ad esempio, agli adolescenti e ai giovani in trattamento presso servizi che si occupano di problematiche psicopatologiche. Studi recenti (si veda ad esempio il contributo presentato dall’autore nell’ultimo convegno SIO, tenutosi presso l’università Bicocca di Milano) hanno mostrato che, adolescenti e giovani adulti seguiti dai servizi socio-sanitari che si occupano dei sintomi e delle conseguenze associate a queste diagnosi, presentano problematiche multiple; sono a rischio di svilupparne nuove, tra le quali l’isolamento e una limitata progettazione di vita e professionale.<br />
E’ necessario, per un counselor interessato a queste persone, quindi, spostare l’enfasi dalla diagnosi medica e dall’intervento compensativo per focalizzarsi maggiormente sui livelli di funzionamento, sui supporti presenti, sulle risorse, sull’adattamento e sulla progettazione di vita. Nel farlo avrà bisogno anche di ricorrere quindi a modalità di intervento orientate al quotidiano.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/newa3.jpg" alt="newa3" width="292" height="188" />Un approccio riabilitativo ecologico. La componente riabilitativa all’interno del RC, in linea con quanto proposto dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2011), viene definita come “una serie comprensiva di servizi, pianificati insieme dal cliente e dal counselor per massimizzare l’occupabilità, l’indipendenza, l’integrazione e la partecipazione della persona che presenta disabilità nel posto di lavoro e nella comunità. L’affermarsi del modello biopsicosociale e l’assunzione di atteggiamenti positivi nei confronti delle persone con disabilità ha influenzato anche la definizione delle prassi riabilitative: ha portato a sottolineare la rilevanza di una presa in carico onnicomprensiva e individualizzata, orientata al raggiungimento di obiettivi ben definiti e misurabili; incoraggia la scelta di una centralità della persona che orienta l’intervento alle risorse del cliente, alle sue relazioni con l’ambiente, alle esperienze e rielaborazioni delle stesse, nel rispetto della dignità umana. Si tratta, quindi, di una visione della riabilitazione come olistica, individualizzata, prescrittiva, orientata allo sviluppo, finalizzata all’autonomia e alla qualità di vita.<br />
Dal punto di vista dei contenuti tutto ciò comporta la scelta di pratiche e programmi per lo sviluppo delle risorse psicologiche, per lo sviluppo delle smart skills, abilità centrali per relazionarsi adeguatamente agli altri e per far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni, comprese quelle ascrivibili alle questioni della salute. L’azione riabilitativa si concentra sullo studio e l’applicazione delle conoscenze e delle competenze psicologiche per andare incontro a bisogni e richieste delle persone con disabilità e con patologie croniche, al fine di massimizzarne la salute e il benessere, l’indipendenza e l’autodeterminazione, le capacità funzionali e la partecipazione sociale lungo tutto l’arco della vita [Dunn 2015]. La riabilitazione psicologica assume ed amplia quindi, il suo significato di «impegno sociale».<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/news4.jpg" alt="news4" width="148" height="156" />Un’ottica preventiva. L’intervento sul problema non evita che le vulnerabilità si traducano in disagi e disabilità; non riduce l’incidenza di nuovi casi e non serve pertanto a eliminare disagi e disabilità (Romano, 2013). Questo professionista mette al centro della sua azione la prevenzione; è proteso a costruire una serie di risorse che non solo si propongano di evitare un disturbo, ma che permettano anche di avere una vita di qualità (Vera 2013), muovendosi dal trattamento del disagio alla promozione della salute e del benessere (Hage, Schwartz &amp; Murray 2013). Nella realizzazione degli interventi l’attenzione si focalizza sulle possibilità di cambiamento dell’individuo, cerca di ridurre gli effetti negativi dei fattori di rischio individuati a livello individuale, familiare e comunitario, tenendo conto delle tradizioni culturali, delle figure che nel contesto possono costituire supporti naturali e, in quanto tali, agenti di cambiamento significativi. Fa riferimento a interventi centrati sia sulla persona che sull’ambiente, i primi per la costruzione di abilità direttamente a vantaggio del singolo e i secondi per far registrare un impatto significativo sui contesti di vita delle persone (famiglia, comunità, organizzazioni, ma anche coetanei, scuola ecc.). Centrale diventa, quindi, agire il sostegno e lo sviluppo di risorse psicologiche quali la resilienza, la competenza sociale ed emozionale, il pensiero critico e le capacità decisionali, il senso di responsabilità per le proprie azioni, un’identità positiva, l’autodeterminazione e l’autoefficacia per un orientamento ottimistico verso il futuro (Polanin &amp; Vera, 2013; Wehmeyer, 2015; Nota, Soresi, Ferrari &amp; Sgaramella, 2017).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://sio.maxambroxdesign.it/images/news5.jpg" alt="news5" width="180" height="141" /><br />
e. Una formazione in materia di counseling. Ciò che distingue Rehabilitation Counselor da altri operatori della riabilitazione è la presenza e il ruolo della componente di counseling. In questo contesto il counseling viene definito come la relazione professionale che arricchisce i diversi individui, le famiglie e i gruppi che perseguono la salute mentale, il benessere, l’educazione e gli obiettivi professionali”. Il professionista in questione basa la sua attività sulle teorie, sulle tecniche e sulle applicazioni del counseling individuale e di gruppo. Nella definizione data dal CACREP (Council for Accreditation of Counseling and Related Educational Programs) e dai  membri del Rehabilitation Counseling Consortium (RCC) nel 2005 formazione del Rehabilitation Counselor include “gli elementi di ibridizzazione del contenuto della riabilitazione e del counseling per meglio gestire l’ampio spettro di problematiche delle disabilità nella pratica quotidiana e per riflettere un punto di vista olistico e inclusivo”.</p>
<p>Per concludere, l’evoluzione del contesto attuale, la messa in discussione dei servizi di cura generalmente orientati al sintomo e alla gestione delle determinanti cliniche, la proposta di nuove forme di welfare portano all’attenzione anche nel contesto italiano il potenziale contributo di una figura professionale che si caratterizza per le abilità multiple e per le conoscenze in domini diversi, insieme alla capacità di integrarli in un servizio alla persona; un professionista che alle numerose persone con disabilità e vulnerabilità possa fornire l’opportunità di interventi brevi, efficaci e di qualità, ovvero quella che in una prospettiva nuova potrebbe essere definita la riabilitazione del XXI secolo.</p>
<p>Riferimenti bibliografici per l’approfondimento<br />
Leahy M, Chan F, Saunders J. (2003) A work behavior analysis of contemporary rehabilitation counseling practices. Rehabilitation Counseling Bulletin, 46, 66-81.<br />
Romano, J. (2015) Prevention Psychology Enhancing personal and social wellbeing. Washington DC: American Psychological Association.<br />
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Toriello, P. J., Bishop, M. L., &amp; Rumrill, P. D. (2012). New directions in Rehabilitation Counselling. Creative Responses to Professional, Clinical, and Educational Challenges. ISBN: 978-0-9721642-8-3</p>
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		<title>Il counselling in Italia: Funzioni, criticità, prospettive e applicazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2015 14:18:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si riporta la presentazione del volume a cura di Salvatore Soresi, Laura Nota e Maria Cristina Ginevra Sono numerose le ragioni per le quali siamo particolarmente contenti di aver stimolato la stesura di questo volume grazie al coinvolgimento e alla collaborazione di un numero consistente di colleghi che hanno accettato l’invito a ‘ragionare’ sul counselling [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Si riporta la presentazione del volume a cura di Salvatore Soresi, Laura Nota e Maria Cristina Ginevra</div>
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<div>Sono numerose le ragioni per le quali siamo particolarmente contenti di aver stimolato la stesura di questo volume grazie al coinvolgimento e alla collaborazione di un numero consistente di colleghi che hanno accettato l’invito a ‘ragionare’ sul counselling e sui servizi che possono essere attivati al fine di incrementare la qualità della vita delle persone. Le ragioni di questa nostra soddisfazione sono numerose, ma su due desideriamo soffermarci almeno un po’ in questa presentazione.</div>
<div>In primo luogo con questo volume, innanzitutto, siamo riusciti a selezionare i contributi più significativi che sono stati presentati nell’ambito di una giornata di studio organizzata dall’Università di Padova in onore di Edoardo Arslan che, nel panorama nazionale e non solo, è stato uno dei più convinti sostenitori della necessità di dotare gli Atenei Italiani di adeguati servizi di counselling e di supporto allo studio degli studenti con disabilità al fine di garantire loro un effettivo diritto allo studio e alla partecipazione alla vita universitaria. Questo convincimento lo aveva, tra l’altro, portato a sostenere con vigore l’attivazione di un Centro di Ateneo di Servizi e Ricerca in materia di Disabilità ritenendo che la ricerca in questo settore, come d’altra parte anche il diritto allo studio e all’inclusione, fossero questioni di ateneo richiedenti il coinvolgimento e la condivisione di tutti e non qualcosa appannaggio di questo o quel raggruppamento disciplinare, di questo o quel dipartimento, né di un esiguo numero di dipartimenti. Le questioni dei diritti delle persone e dell’attenzione alla qualità della loro vita e delle condizioni da mettere in atto per la loro crescita culturale, scientifica e, perché no, anche morale e sociale sono questioni che necessitano di un attento e sensibile governo centrale, soleva dire.<br />
In effetti, da quando agli inizi degli anni ‘90 si è insediata presso l’Università di Padova la prima commissione di ateneo per la disabilità, Edoardo Arslan ha continuato a manifestare la sua insoddisfazione per ciò che veniva realizzato nel convincimento che si potesse e dovesse sempre fare di più e di meglio e, questo, perché era una persona che a livello professionale ed umano non si accontentava facilmente.<br />
Tre anni fa era presente ad un convegno internazionale che era stato dedicato al futuro e alla necessità di instillare speranza: era rimasto colpito dal motto di S. Agostino che avevamo scelto per quell’evento: “la speranza ha due bellissimi figli… il primo si chiama indignazione per come vanno le cose e l’altro coraggio per provare a cambiarle”. Gli era piaciuto questo pensiero in quanto, a suo avviso, sarebbero molti coloro che riescono ad arrabbiarsi e ad indignarsi per come vengono trattati … ma decisamente pochi quelli che si indignano per come vengono trattati gli altri e sono ancora meno quelli che hanno il coraggio di fare qualcosa soprattutto quando se si tratta di andare controcorrente … di dire non ci sto… di rifiutare ‘l’abbiamo sempre fatto così’… o il …non si può fare… Un alleato disinteressato della speranza, dell’indignazione e del cambiamento secondo Edoardo Arslan si chiama verifica e valutazione… quante ne facciamo all’interno dei nostri servizi? Quanti cambiamenti e miglioramenti in favore dell’inclusione, le relazioni e documentazioni di ciò che i servizi realizzano testimoniano effettivamente la presenza di passi significativi verso un’inclusione di qualità? Invece di limitarci a presentare elenchi di iniziative e di accessi, e dati ed indici di gradimento… dovremmo produrre più stime di miglioramento della qualità della vita delle persone e dei contesti… verifichiamo di più e così saremo costretti a cambiare, a migliorare, suggeriva spesso.<br />
Un secondo motivo che ci fa salutare con soddisfazione la pubblicazione di questo volume è collegato alle energie che assieme a Laura Nota e agli altri membri del La.R.I.O.S (Laboratorio di Ricerca ed Intervento per l’Orientamento alle Scelte) abbiamo, dal 2013, entusiasticamente investito nel promuovere il Netwok Universitario per il Counselling (Network Uni.Co). L’idea di dar vita un network universitario italiano che in modo simile a quanto stava avvenendo in altri contesti internazionali per approfondire la delicata questione della formazione e certificazione delle competenze in materia di counselling è stata motivata essenzialmente da tre ordini di ragioni:<br />
1) La recente crisi economica che ha investito pure il nostro paese ha interessato, tra l’altro, anche le professioni di tipo psicologico che sembrano essere destinate ad avere poco futuro se continueranno, soprattutto, come è avvenuto in passato, ad ispirarsi unicamente ai nostri tradizionali raggruppamenti disciplinari di tipo accademico (psicologia generale, dello sviluppo, clinica, del lavoro, ecc.). Di fatto i cambiamenti che si stanno registrando nel mondo del lavoro e che si succedono con notevoli accelerazioni penalizzano in particolare quelle professioni che continuano ad orientarsi al passato e che non sono riuscite a preparasi ad affrontare con prontezza, nell’accezione di Lent (2013), le sfide e le minacce all’inclusione professionale derivanti dalla globalizzazione, prima, e dalla crisi economico-finanziaria, poi (Ferrari &amp; Soresi, 2012; Fouad &amp; Jackson, 2013) Tutto questo, in Italia, non poteva non riguardare le professioni psicologiche dal momento che da noi, da una trentina di anni a questa parte, si sono moltiplicate a dismisura le offerte formative, che, per altro, hanno continuato ad esercitare, sulle giovani generazioni e a livello di scelta formativa universitaria, consistenti attrazioni. Il lavoro recente di Bosio e Lozza (2014) a proposito dell’attuale occupabilità degli psicologi che vengono laureati dai nostri atenei, da questo punto di vista, non può che essere considerato un ulteriore campanello di allarme che dovrebbe essere indirizzato innanzitutto a coloro che governano e traggono vantaggi dall’esistenza di accessi, di fatto non regolamentati, alle Scuole e ai Corsi universitari di psicologia e, quindi, ad un ordine professionale che continua a far registrare in Italia il più elevato livello di crescita in confronto alle altre professioni ordinistiche. Come ricordano ancora Bosio e Lozza, gli psicologi in Italia sono decisamente tanti: il rapporto psicologi/popolazione in Italia oggi è di 1/680 mentre era di 1/1.500 agli inizi degli anni 2000; un quarto degli psicologi attivi in Europa, inoltre, è italiano e la densità psicologo/popolazione è di gran lunga più elevata in Italia che negli altri paesi UE.<br />
Si tratta di dati preoccupanti anche in considerazione del fatto che il lavoro psicologico del futuro non avrà molto mercato e, stando ad indagini nordamericane, quello che ci sarà riguarderà soprattutto il counselling, ma un tipo di counselling decisamente diverso da quello che siamo stati sinora abituati a considerare. In futuro avranno maggiori probabilità di risultare attraenti, per quanto concerne l’ambito dell’applicazione della psicologia, quei professionisti che dimostreranno di essere in grado di proporre soprattutto interventi poco costosi, brevi ma efficaci, per piccoli e grandi gruppi, finalizzati all’incremento delle abilità di problem solving, dell’empowerment e dell’autodeterminazione delle persone; che saranno in grado di supportare interventi formativi e di aiuto a distanza, di utilizzare linguaggi e collaborazioni multidisciplinari, interventi improntati ad elevata flessibilità, adaptability e di allargare i propri ambiti di competenza (Nota &amp; Soresi, 2015; Soresi &amp; Nota, 2014)<br />
2) La seconda ragione che ha stimolato la nascita del network è di natura più marcatamente accademica. Sul versante della ricerca i contributi che le università italiane stanno offrendo al ridimensionamento dei problemi di cui sopra sono decisamente scarsi. Sono necessari maggiori investimenti e sarebbe opportuno potenziare le scuole di dottorato in questa direzione. L’Europa, in questa direzione, ha finanziato un progetto a cui partecipano una ventina di università, Padova ne è il capofila, per sperimentare un progetto di formazione, un dottorato in counselling avente almeno un respiro europeo e non essere, come spesso accade, la riproposizione delle già esistenti tradizioni locali di ricerca. Sul versante della formazione l’università, inoltre, sembra tacere sul fatto che da noi in materia di counselling esiste una vera e propria ‘giungla’ di iniziative e di posizioni che non sempre appaiono autenticamente orientate a supportare la serietà e la delicatezza del counselling. Solo alcuni dati: una stima approssimativa fatta attraverso una ricognizione delle presentazioni on-line documenta l’esistenza di oltre 300 ‘soggetti’ titolari di percorsi di formazione in counseling, un numero imprecisato di counsellor accreditati da questa o quella associazione, 80 corsi triennali di specializzazione in counselling, una cifra indeterminata di corsi, master, percorsi, ecc. che rilasciano un titolo di counsellor, percorsi formativi strutturati della durata variabile (da 7 giorni a 3 anni), tasse di iscrizione che vanno da poche decine di euro ai 4/5000, un numero imprecisato di tipologie di counselling (counselling nutrizionale, aziendale, orientativo, sanitario, giuridico, filosofico, psicopedagogico, didattico, psicologico, infermieristico, genetico, spirituale, ecc.). In presenza di questa ‘giungla’ si è ritenuto opportuno favorire, con la proposta della nascita di un network universitario, un confronto fra gli studiosi del counselling interessati a stimolare l’attenzione degli Atenei Italiani sulle questioni della formazione e della certificazione delle competenze professionali in materia ritenendo che, di fronte alla ‘giungla’ di cui sopra, l’Università dovesse far sentire la propria voce avanzando proposte e linee guida condivise.<br />
3) La terza ragione che ha portato alla nascita di Uni.Co è stata l’emanazione della legge 4/13 che ha affidato alle associazioni professionali di natura privatistica anche, tra gli altri, i compiti di:<br />
a) valorizzare le competenze dei propri iscritti;<br />
b) promuovere la loro formazione continua;<br />
c) vigilare sulla condotta professionale degli associati;<br />
d) individuare i titoli di studio necessari;<br />
e) indicare l’eventuale obbligo di aggiornamento;<br />
f) accertare l’effettivo assolvimento di tale obbligo (art. 5);<br />
g) rilasciare attestazioni relative agli standard qualitativi e di qualificazione professionale, che tuttavia non rappresentano requisito necessario per l’esercizio dell’attività professionale (art. 7).<br />
Si tratta di una legge che riguarda da vicino anche coloro che sono interessati al counselling in quanto, come recita il suo primo articolo, trattasi di “una professione non organizzata in ordini o collegi […] volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi” (art. 1, comma 2).<br />
Il dettame di legge precisa ancora che “I professionisti possono costituire associazioni professionali (con natura privatistica, fondate su base volontaria e senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva) con il fine di valorizzare le competenze degli associati, diffondere tra essi il rispetto di regole deontologiche, favorendo la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza” (art. 2, comma 1). “Le associazioni professionali, continua la legge, promuovono, anche attraverso specifiche iniziative, la formazione permanente dei propri iscritti…” (art. 2, comma 3).<br />
In occasione della prima giornata di studio, tenutasi a Roma presso il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) il 10 giugno 2013, Soresi, nell’avviarne i lavori, aveva ricordato che la necessità di dar vita al Network si reggeva sul convincimento che come persone interessate alla ricerca e alla formazione anche gli universitari avrebbero dovuto fare la loro parte dichiarando, sia all’interno che all’esterno degli atenei, cosa pensassero e cosa ritenessero opportuno proporre a proposito di una serie di nodi che attendono ancora chiare ed operative risposte. Più in particolare si riferiva alla necessità di indicare:<br />
1. Gli ambiti di intervento del counselling da prendere in considerazione come, ad esempio, quelli in favore del disagio psicosociale, dell’orientamento, del lavoro, delle organizzazioni, della riabilitazione e del supporto psicopedagogico, della consulenza alle coppie e alle famiglie, della salute e del benessere di persone e gruppi, dello sport, della mediazione culturale, ecc. (Cottone, 2014; Kaplan, Tarvydas, &amp; Gladding, 2014; Nota, Soresi, Ferrari, &amp; Ginevra, 2014)<br />
2. La tassonomia che sarebbe stato opportuno fare riferimento, riflettendo se fosse stato più vantaggioso limitarsi a considerare, ad esempio, solo forme di conselling prettamente psicologico, o ritenere più promettente, più in sintonia con i segnali di cambiamento che in diversi parti del mondo si stanno registrando, aprirsi anche a forme di counselling maggiormente multidisciplinari, sociali, educative, filosofiche, economiche, ecc.;<br />
3. La formazione da proporre a coloro che sono interessati allo svolgimento di professioni ascrivibili agli ambiti di cui sopra, ritenendo che qualsiasi attività di counselling, in ogni caso, dovesse necessariamente richiedere una formazione di base elevata (almeno un quinquennio) e percorsi specifici di approfondimento post-lauream (Master e Corsi di Perfezionamento);<br />
4. L’eventuale forma di accreditamento e di certificazione delle competenze, in considerazione del fatto che ci si sta di fatto muovendo verso l’eliminazione del valore legale dei titoli di studio in favore di forme specifiche di accreditamento e di certificazione delle competenze, considerando la possibilità di affiancare ai titoli che rilasciano le università un qualche ‘bilancio delle competenze acquisite’.<br />
A quella prima giornata di studio ne sono seguite molte altre; tra le ultime figura anche il Convegno “Il counselling e l’orientamento in Italia e in Europa” all’interno del quale sono stati presentati molti dei contributi che sono stati raccolti in questo volume e che ha rappresentato un’occasione preziosa sia per diffondere il “Manifesto del Netvork sul counselling”, che è liberamente scaricabile dal sito del La.R.I.O.S (larios.psy.unipd.it) sia per accrescere il consenso a proposito della necessità di ripensare i modelli tradizionali di intervento nell’ambito dell’orientamento e dei servizi di aiuto alla persona tramite l’ammodernamento dei modelli teorici, dei metodi e degli strumenti utilizzati. Soresi, in quell’occasione, nell’introdurre i lavori congressuali ha ricordato una SWOT analysis che era stata condotta assieme a Mary e Puncky Heppner considerando le risposte che un gruppo di circa 200 studiosi provenienti da una sessantina di paesi avevano fornito ad alcune domande-stimolo a proposito di: a) quali erano, a loro avviso, le nuove sfide che ci si trovava a dover affrontare; b) come sarebbe stato possibile aiutare le persone più vulnerabili; e c) come fornire al counselling e all’orientamento una maggiore rilevanza sociale. Sui testi così raccolti e seguendo le indicazioni metodologiche di Savickas (2003), sono stati sintetizzati i punti di forza, di debolezza, le opportunità e le minacce che riguarderebbero l’orientamento e il counselling. In questa sede ricordiamo solamente i punti di forza e di debolezza che, tra l’altro, saranno ripresi in diversi contributi di questo scritto.<br />
I punti di forza più frequentemente citati sono stati 4:<br />
1. La consapevolezza che l’orientamento e il career counseling hanno la possibilità di aiutare le persone a descrivere i propri obiettivi, aiutare a pianificare i progetti professionali e sostenere i loro desideri anche in epoca di crisi.<br />
2. La constatazione che l’orientamento e il career counseling sono in grado di fornire alle persone strumenti socio-culturali utili alla gestione della complessità, alla promozione dell’employability e dell’intraprendenza.<br />
3. La possibilità di lavorare in modo personalizzato, dando vita ad azioni di counselling e di intervento che valorizzino l’unicità delle persone evitando approcci standardizzati, e puntando ad interazioni professionali di elevata qualità.<br />
4. L’aver messo a disposizione dei professionisti modelli nuovi in grado di canalizzare la loro attenzione su dimensioni che appaiono maggiormente significative per la costruzione professionale come l’adaptability, la resilienza, la persistenza, l’autodeterminazione, l’autoregolazione, e a mettere in luce i punti di forza delle persone, instillando speranza, tenendo alte le aspirazioni e favorendo lo sviluppo di forme ricche di identità professionale.<br />
Altri punti di forza che sono stati segnalati riguardano l’importanza di intraprendere azioni a vantaggio della solidarietà sociale, dell’insegnare alle persone a riconosce i segni dello sfruttamento su di sé e sugli altri, e dell’agire per promuovere lo sviluppo del capitale sociale, un benessere equo e sostenibile.<br />
Come noto i diversi modelli di SWOT analysis consentono di evidenziare anche i cosiddetti punti di debolezza che si potrebbero intravedere e che renderebbero difficile il lancio di un prodotto, il successo di una iniziativa a causa degli investimenti e dei costi aggiuntivi che sarebbe necessario sostenere e che potrebbero far ritenere poco vantaggioso il perseguimento dell’innovazione in questione. I punti di debolezza individuati e che di fatto ostacolerebbero il successo delle nuove visioni dell’orientamento e del counselling hanno riguardato soprattutto:<br />
1. La necessità di assumere un’ottica multidisciplinare per riuscire a comprendere meglio la complessità attuale e sviluppare interventi innovativi. È, questa, forse la barriera più difficile da abbattere: a quali discipline spetta il compito di indicare modelli e prassi in materia di orientamento e di counselling? In quante occasioni si assiste a progetti di ricerca e ad azioni veramente multidisciplinari? Quanta psicologia dell’orientamento hanno imparato gli economisti che si interessano di risorse umane, di career counselling, di mercato del lavoro e viceversa? Quanta economia e psicologia sarebbero disposti a studiare? E quanta sociologia, antropologia, diritto e filosofia?<br />
2. Un altro punto di debolezza segnalato è associato al fatto che il rinnovamento nelle pratiche di counselling e la loro capacità di fittare effettivamente con le realtà che incontriamo sono affidate anche al ricorso a sistematiche operazioni di valutazione dell’efficacia in termini di misura di cambiamenti prodotti. Da questo punto di vista si segnala che maggiori sforzi dovrebbero essere dedicati anche alle situazioni più difficili, per poter cambiare ‘i destini’ di coloro che sembrano sperimentare i disagi più consistenti e correre i rischi più elevati. Nel commentare questo ‘punto di debolezza’, nell’apertura del convegno a cui si è fatto riferimento, Soresi ha affermato che è sicuramente difficile lavorare e dimostrare di essere stati utili in queste situazioni e che potrebbero essere considerati dai più minacciosi quei modelli e quei programmi che richiedono proprio… “di occuparsi dei biondi con gli occhi azzurri, dei dotati… piuttosto che rivolgersi precocemente ai bambini delle scuole primarie, o a persone che sembrerebbero destinate a svolgere lavori poco interessanti e sovente indecenti e mal retribuiti, alle persone con disabilità, alle persone con esperienze di migrazione, e a coloro che sono colpiti dalla crisi socioeconomica che stiamo vivendo in vario modo, come i precari e i disoccupati!”.<br />
3. Un altro punto di debolezza si riferisce al fatto che l’innovazione che auspichiamo richiede lo sviluppo di procedure che permettano di arrivare ad un maggior numero di persone riducendo contemporaneamente i costi di tali interventi. Questo può significare lavorare di più con piccoli e grandi gruppi, rivolgendosi anche ai diversi contesti di vita, coinvolgere genitori, insegnanti, volontari, datori di lavoro, organizzazioni, che possono fornire supporti e sostegni allo sviluppo e all’inclusione professionale… e, tutto questo, potrebbe richiedere investimenti, cambiamenti e flessibilità anche consistenti a quanti intendono includere nella propria professione elementi di innovazione.</div>
<div>Nel concludere questa presentazione desideriamo infine ringraziare tutte le colleghe e i colleghi che con la loro partecipazione hanno dato vita al Network Uni.Co e, con i loro contributi, alla stesura di questo volume. Si tratta di un ringraziamento che consideriamo anche doveroso dal momento che i cambiamenti, come quelli che auspichiamo in materia di couselling e di orientamento, necessitano di vaste alleanze, di visioni multidisciplinari e di ampie condivisioni. Un primo passo in questa direzione può essere rappresentato dal reciproco riconoscimento ed apprezzamento in favore di visioni diverse dalle proprie alle quali, a nostro avviso, va riconosciuto il diritto di proporre le proprio specificità, soprattutto in presenza di approcci al benessere che propongono un elevato spessore scientifico e l’ancoraggio ad un puntuale codice deontologico a tutela dei consumatori e della comunità dei counsollors. In altre parole, invece di innalzare barriere, di vegliare in modo più o meno armato sui nostri confini… dovemmo forse scegliere la via della condivisione e della collaborazione anche per ridurre la tentazione ‘al papagallamento psicologico’ da parte di colleghi provenienti da altri settori scientifico-disciplinari che, in ogni caso, stanno producendo molto dal punto di vista della ricerca e dell’intervento in materia di counselling (Dollarhide, 2014; Nota &amp; Soresi, 2015; Savickas et al., 2009). Dovremmo sia come studiosi, ricercatori, professionisti, come network Uni.Co, come La.R.I.O.S. e come SIO (Società Italiana di Orientamento), ecc., operare di più e in modo maggiormente condiviso per:<br />
&#8211; Avviare azioni di promozione e di informazione non ingannevole in materia di counselling e di orientamento;<br />
&#8211; Diffondere una definizione condivisa di counselling e dei suoi ambiti di applicazione;<br />
&#8211; Stimolare e monitorare esperienze di certificazione delle competenze e di valutazione dell’efficacia dei diversi percorsi formativi;<br />
&#8211; Stimolare e sostenere la ricerca e la sperimentazione in materia di orientamento e di counselling;<br />
&#8211; Avviare contatti e collaborazioni con università, agenzie, organizzazioni nazionali ed internazionali.</div>
<div>Forse anche chi si occupa di counselling e di orientamento, come fanno ad esempio da secoli i medici con il giuramento di Ippocrate e come ha proposto recentemente Bruni agli economisti, dovremmo anche noi chiedere di fare un solenne giuramento affermando pubblicamene, ad esempio, qualcosa di simile a quanto riportato nel riquadro sottostante.</div>
<div>1. Mi impegno ad utilizzare le mie conoscenze e competenze in favore del benessere e della qualità della vita di tutte le persone;<br />
2. Mi impegno ad allertare le persone a proposito dei pericoli associati all’offerta di lavori illegali, poco decenti, insoddisfacenti, ed insicuri.<br />
3. Mi impegno a sostenere anche pubblicamente ed apertamente l’equità, la giustizia sociale e l’idea di Benessere equo e sostenibile<br />
4. Mi impegno a promuovere la multidisciplinarietà e la condivisione dei saperi, promuovendo collaborazioni ed abbattendo i confini tra professionisti e ricercatori e tra i diversi servizi interessati al benessere delle persone.<br />
5. Mi impegno a scegliere e ad implementare programmi a basso costo, basati sulla teoria e sostenuti dall’evidenza empirica.<br />
6. Mi impegno a realizzare pratiche professionali e a condurre ricerche socialmente rilevanti e rispettose delle eterogeneità culturali presenti nei contesti in cui mi trovo e mi troverò ad operare.<br />
7. Mi impegno, in caso di conflitto di interesse tra le desiderate dei committenti e i vantaggi per gli utenti, a stare in ogni caso dalla parte del benessere di questi ultimi.<br />
8. Mi impegno a trasferire anche ad altri le mie conoscenze e competenze per stimolare, anche a proposito di counselling ed orientamento, la crescita della comunità in cui mi trovo a vivere ed operare.<br />
9. Mi impegno a fare il possibile per promuovere questi valori anche presso coloro che hanno responsabilità decisionali a proposito della scelta delle politiche di promozione e tutela del benessere e della soddisfazione della popolazione.<br />
10. Mi impegno soprattutto a&#8230;</div>
<div>Se nel condurre le operazioni di valutazione e verifica dell’efficacia dei nostri interventi professionali e dei nostri servizi ci permettessimo anche di valutarci e farci valutare a proposito di quanto saremo stati in grado di tener fede a questi impegni e a questa sorta di giuramento… allora, a nostro avviso, il counselling e l’orientamento potranno avere sicuramente un futuro e, accanto ad uno spessore scientifico, anche un’innegabilmente valenza sociale.</div>
<div></div>
<div>Riferimenti bibliografici<br />
Bosio, C., &amp; Lozza, E. (2014). Psicologici: quale formazione per quale professione? Ricerche di Psicologia, 3, 459-475.<br />
Cottone, R.R. (2014). On replacing the ethical principle of autonomy with an ethical principle of accordance. Counseling and Values, 59, 238-248.<br />
Dollarhide, C.T. (2014). Using a values-based taxonomy in counselor education. Counseling and Values, 58, 221-236.<br />
Ferrari, L. &amp; Soresi, S. (2012). Crisi economica e orientamento: il punto di vista degli operatori. Giornale Italiano di Psicologia dell’Orientamento, 13, 37-47.<br />
Fouad, N.A., &amp; Jackson, M.A. (2013). Vocational psychology: Strengths, weakness, threats and opportunities. In W.B. Walsh, M.L. Savickas, &amp; P. Hartung (Eds.), Handbook of vocational psychology: Theory, research, and practice (pp. 305-319) (4th ed.). New York, NY: Routledge.<br />
Kaplan, D.M., Tarvydas, V.M., &amp; Gladding, S.T. (2014). 20/20: A vision for the future of counseling: The new consensus definition of counseling. Journal of Counseling &amp; Development, 92, 366-372.<br />
Lent, R.W. (2013). Career-life preparedness: revisiting career planning and adjustment in the new workplace. The Career Development Quarterly, 61, 2-14.<br />
Nota, L., Soresi, S., Ferrari, L., &amp; Ginevra, M.C. (2014). Vocational designing and career counseling in Europe: Challenges and new horizons. European Psychologist, 19, 248-259.<br />
Nota, L., &amp; Soresi, S. (2015). Il counselling del futuro. Padova: Cleup<br />
Savickas, M.L. (2003). Career counseling in the next decade. The Career Development Quarterly, 52, 4-7.<br />
Savickas, M., Nota, L., Rossier, J., Dauwalder, J.P., Duarte, M.E., Guichard, J., Soresi, S., Van Esbroeck, R., van Vianen, A.E.M. (2009). Life designing: A paradigm for career construction in the 21st century. Journal of Vocational Behavior, 75(3), 239-250.<br />
Soresi, S., &amp; Nota, L. (2014). Un popolo di santi, poeti, navigatori, artisti, colonizzatori. Ricerche di Psicologia, 3, 491-496.</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Alcuni simposi dell’International Conference “Life Design e Career Counseling: instillare la speranza e fortificare la resilienza”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2013 16:45:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[Presentazione della Conference Isabella Giannini è psicologa, collabora da anni con il Laboratorio La.R.I.O.S. Si occupa della segreteria organizzativa dei congressi nazionali ed internazionali organizzati annualmente dal Laboratorio, collabora con la redazione del Gipo-Giornale italiano di Psicologia dell&#8217;Orientamento, si occupa della lettura ottica dei questionari, elaborazione e analisi dei dati, e predisposizione di referti individualizzati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Presentazione della Conference</strong></p>
<p><strong><br />
Isabella Giannini<br />
<img decoding="async" class="left alignleft" src="http://newslettersio.giuntios.it/img_articoli/sio8/giannini.jpg" alt="ricerca" /></strong>è psicologa, collabora da anni con il Laboratorio La.R.I.O.S. Si occupa della segreteria organizzativa dei congressi nazionali ed internazionali organizzati annualmente dal Laboratorio, collabora con la redazione del Gipo-Giornale italiano di Psicologia dell&#8217;Orientamento, si occupa della lettura ottica dei questionari, elaborazione e analisi dei dati, e predisposizione di referti individualizzati nell&#8217;ambito di attività di orientamento organizzate dal Laboratorio per studenti delle scuole medie, superiori e universitari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sara Santilli</strong><br />
<img decoding="async" class="left alignleft" src="http://newslettersio.giuntios.it/img_articoli/sio8/santilli.jpg" alt="ricerca" />è psicologa e ha conseguito il Perfezionamento in Psicologia dell&#8217;orientamento alle scelte scolastico-professionali presso l&#8217;Università degli Studi di Padova; collabora con il Laboratorio La.R.I.O.S. all&#8217;organizzazione e all&#8217;attuazione di progetti di orientamento, fra cui &#8220;Orior-Imparare a scegliere&#8221; e &#8220;Tre Passi verso il futuro&#8221;, e alla realizzazione di ricerche relativamente a disabilità, orientamento e inserimento lavorativo. E&#8217; revisore dei conti dell&#8217;Associazione Italiana per l&#8217;orientamento-SIO. E&#8217; membro dell&#8217;associazione italiana di analisi e modificazione del comportamento e terapia comportamentale e cognitiva-AIAMC.</p>
<p>I lavori della Conferenza Internazionale <em>&#8220;</em><a href="http://larios.psy.unipd.it/conference2013/pages/index.php"><em>Life Design e Career Counseling: instillare la speranza e fortificare la resilienza</em></a><em>&#8220;</em> tenutasi a Padova dal 20 al 22 giugno si sono conclusi con una vasta adesione, calorosa e sentita, a tutti i diversi momenti dell&#8217;evento. Sono stati più di 550 i partecipanti, in rappresentanza di 34 paesi, provenienti da tutto il mondo: Australia &#8211; Nuova Zelanda (2%), Brasile (3%), Canada (2%), Cina &#8211; Hong Kong &#8211; Singapore (1,5%), Croazia &#8211; Lituania &#8211; Macedonia (3%), Danimarca (1%), Inghilterra 3%, Spagna 4,5%, Finlandia &#8211; Svezia &#8211; Islanda (3%), Francia (4,5%), Germania (2,8%), Ungheria (0,5%), Irlanda (1,5%), Iran &#8211; Pakistan &#8211; Israele (6,4%), Lussemburgo (0,5%), Marocco (0,5%), Polonia (3,5%), Portogallo (10%), Russia (2%), Sud Africa &#8211; Uganda (2,5%), Svizzera (3%), Turchia (1,8%), Usa (7,5%), Italia (30%).<br />
Sia nelle sessioni plenarie che nelle sessioni parallele e poster, che hanno visto la presentazione di oltre 300 contributi, si è registrato un grande interesse per i temi affrontati e una vivace volontà di partecipazione da parte di tutti gli intervenuti, i quali nel corso dei dibattiti si sono trovati d&#8217;accordo nel ritenere che in epoche di marcata incertezza, come quelle che stiamo attraversando, anche i modelli teorici e le pratiche professionali di coloro che si occupano di scelte e di progettazioni professionali debbono radicalmente cambiare ed occuparsi in prima istanza della promozione del benessere e della qualità della vita delle persone maggiormente esposte agli effetti deleteri che la crisi sta provocando in diverse parti del mondo.<br />
Durante i tre giorni di lavori, i contributi delle autorità politiche, degli studiosi di fama internazionale provenienti da diversi rami disciplinari e delle realtà istituzionali alle diverse sessioni di lavoro, hanno favorito un ampio dibattito fuori e dentro la sede congressuale. Lopez Shane J. della Clifton Strengths Institute, ha aperto i lavori delle sessioni plenarie, cercando di mettere a fuoco quello che lui definisce &#8220;il segreto&#8221; di milioni di persone speranzose: investire nel futuro rende migliore il presente. A Lopez si sono susseguite le letture magistrali del Prof. Jean Guichard dell&#8217; Institut National d&#8217;Etude du Travail et d&#8217;Orientation Professionnelle &amp; CNAM -Conservatoire National des Arts et Métiers, France e quella del Prof. Salvatore Soresi, dell&#8217;Università degli studi di Padova, le quali hanno cercato di mettere in luce le sfide che, a causa delle trasformazioni sociali e culturali che si sono susseguite negli ultimi dieci anni, i professionisti dell&#8217;orientamento si dovranno accingere ad affrontare nel definire e descrivere le caratteristiche e le necessità delle persone che richiedono aiuti in materia di vocational guidance, di career education o di career counseling. Durante la seconda giornata conferenziale nella &#8220;Sala Carraresi&#8221; della Fiera Padova, Wehmeyer Micheal University of Kansas e L&#8217;Abate Luciano della Georgia State University hanno tenuto due letture magistrali dai titoli &#8220;Oltre la patologia: psicologia positiva e disabilità&#8221; e &#8220;Il futuro è ora: Interventi online per stabilizzarsi e crescere&#8221;. Nella terza mattinata la Prof.ssa Maria Eduarta Duarte dell&#8217;Università di Lisbona ha presentato un simposio internazionale dal titolo &#8220;Adaptability and Personal Promotion&#8221; al quale hanno preso parte la Prof.ssa Mary McMahon della School of Education, University of Queensland, Australia, la Prof.ssa Vilhjálmsdóttir Guðbjörg, University of Iceland, il Prof. Marcelo A. Ribeiro dell&#8217; University of S. Paulo, Brazil e Frederick Leong del Michigan State University. In questo simposio si è sottolineata l&#8217;importanza di focalizzarsi più che sullo sviluppo professionale dei singoli, sulle &#8220;traiettorie di vita&#8221; e sul concetto di &#8220;costruzione&#8221; della progettazione individuale, spronando il dibattito in merito ai nuovi approcci del Life Design. Un dibattito che non avrà termine con la conclusione della Conferenza, ma che continuerà, in varie forme, per assicurare un ampio confronto tra tutti gli addetti ai lavori, nella prospettiva da una parte, di continuare a dichiarare la propria &#8220;indignazione&#8221; per gli elevati tassi di ingiustizia e di disuguaglianza nelle opportunità che continuano ad esistere nel mondo e nei nostri paesi, e dall&#8217;altra di continuare ad instillare speranza, ottimismo e resilienza, mettendo in moto energie, risorse e positività per la &#8220;progettazione e costruzione del futuro&#8221;.<br />
La Conferenza si proponeva fra le altre cose, di facilitare l&#8217;internazionalizzazione e la creazione di network tra coloro che, anche a diverso titolo, sono interessati alle tematiche del lavoro, dell&#8217;orientamento, del counseling e della progettazione professionale. A nostro avviso tale obiettivo è stato raggiunto con l&#8217;interesse ad aderire, dimostrato da un vasto numero di congressisti, all&#8217;<em><a href="http://larios.psy.unipd.it/hope.php">International Hope Research Team</a></em>, il gruppo di lavoro instituito a Padova presso il Laboratorio <a href="http://larios.psy.unipd.it/">LaRIOS</a> su volontà del prof. Soresi, al fine di coinvolgere studiosi e professionisti a livello internazionale sui temi della speranza, ottimismo, resilienza e prospettiva temporale, con finalità sia di ricerca scientifica che di intervento.</p>
<p>Durante la cerimonia di chiusura sono state inoltre premiate due giovani ricercatrici, Aysenur Buyukgoze-Kavas della Ondokuz Mayıs University (Turchia) e Maria Chiara Pizzorno dell&#8217;Università della Valle d&#8217;Aosta, che hanno vinto il premio per giovani ricercatori (corrispettivo all&#8217;ammontare di 1.000 euro ciascuno), indetto durante la conferenza, distinguendosi per il loro lavoro nell&#8217;ambito del Vocational Designing e del Career Counseling.<br />
Concludendo i lavori della Conferenza, Il prof. Jean-Pierre Dauwalder dell&#8217;Università di Losanna e Presidente dell&#8217;<a href="http://www3.unil.ch/wpmu/esvdc/"><em>EuropeanSociety for Vocational Designing and Career Counseling</em></a>ha premiato il prof. Soresi per il lavoro svolto nell&#8217;ambito dell&#8217;integrazione scolastica e sociale delle persone con disabilità e dell&#8217;orientamento professionale in costante collaborazione con colleghi di tutto il mondo, per i contributi forniti nei diversi contesti internazionali in cui si è trovato coinvolto, e per la proposta di nuovi modelli di analisi e nuovi strumenti operativi.</p>
<p>Sono inoltre numerose le mail che ancora adesso stanno pervenendo al LaRIOS non solo per ringraziare e apprezzare il lavoro organizzativo (ne riportiamo soltanto un paio <em>&#8220;I would like to offer a word of thanks for a wonderful conference to you all&#8221;</em> (South Africa); <em>&#8220;Vi scrivo perché si sono aperte molte finestre dentro di me rispetto alla visione della mia attività. Grazie per l&#8217;organizzazione di un evento così importante e di respiro mondiale&#8221;</em> (Italia), ma per condividere in un&#8217;ottica di network l&#8217;energia che ha inondato le tre giornate congressuali e che, grazie anche ai riscontri di tutti i partecipanti, il team del La.r.i.o.s. cercherà di mantenere viva con uno sguardo attento rivolto al futuro prossimo!!!<br />
Anche per questa ragione riportiamo di seguito le sintesi di alcuni dei simposi che si sono svolti.</p>
<p><strong>Speranza e ottimismo in tempo di crisi<br />
Massimo Bellotto</strong><br />
La parola &#8220;crisi&#8221; si ricollega alla parola greca &#8220;krisis&#8221;, il cui significato è dato dal verbo &#8220;crino&#8221; che significa, insieme, &#8220;decido&#8221; e &#8220;separo&#8221;: la crisi come decisione e separazione.<br />
Si tratterebbe allora di ripensare il titolo alla luce di queste espressioni: &#8220;ottimismo e speranza in tempo di decisione&#8221; e &#8220;ottimismo e speranza in tempo di separazione&#8221;.<br />
&#8220;Decidere&#8221; è una parola costruita sul latino <em>de-caedere</em>. <em>Caedere</em> vuol dire &#8220;percuotere&#8221;mentre il de di <em>de-caedere</em> allude al distacco, determinato dalla percussione, della parte percossa da quella a cui quest&#8217;ultima era unita. Il <em>de-caedere</em> è la &#8220;separazione&#8221;, decidere è separare.<br />
In questo senso, tempo di crisi significa un tempo in cui si decide di separare un fine da un altro, di scegliere alcuni mezzi anziché altri, di tagliar via diverse possibilità di sviluppo per tenerne una sola.<br />
Ripensare i fini, i mezzi e le possibilità della propria vita personale e lavorativa è un travaglio cognitivo ed affettivo il cui esito dipende anche dall&#8217;atteggiamento con cui lo si affronta. E qui compare la questione dell&#8217;ottimismo e della speranza.<br />
Narra il mito di Pandora che quando &#8211; disobbedendo a Zeus, che glielo aveva regalato &#8211; la fanciulla aprì il vaso, da esso uscirono tutti i mali che si abbatterono sull&#8217;umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la Speranza: forse il rimedio, o forse il più subdolo di tutti mali. Essa infatti può anche illudere.<br />
Speranza in greco si dice <em>&#8220;elpis&#8221;</em> e la radice <em>&#8220;elp&#8221;</em> entra nella parola <em>&#8220;voluptas&#8221;</em> (voglia, desiderio). Ciò rimanda al vedere le cose in modo da soddisfare, anche in modo illusorio, i propri desideri e così la speranza si riduce a <em>wishfull thinking</em>, ad un vedere false possibilità per esonerarsi dall&#8217;accettare come ineluttabile il dolore ed il male che c&#8217;è nel mondo.<br />
Anche per quanto riguarda il modo di porsi di fronte alla crisi, il confine tra speranza ed illusione è dunque ambiguo, non è facile riconoscerlo e gestirlo: si tratta di operare evitando le due trappole, rispettivamente quella dello sconforto e quella dell&#8217;illusione.<br />
Diceva Aristotele che la speranza è un sogno fatto da svegli. Invece, l&#8217;affermazione di Virgilio <em>&#8220;spes sibi quisque&#8221;</em>(Eneide, XI, 309) esorta ciascuno ad essere speranza di se stesso, a confidare nelle proprie forze, nei propri mezzi. È quindi una concezione di speranza che rimanda al locus of control interno più che esterno.<br />
Si tratta infatti di mettersi in gioco, cioè di <em>&#8220;ludere&#8221;</em>con il pericolo da un lato di illudere/illudersi e dall&#8217;altro di deludere/essere delusi. E nelle attività di consulenza riuscire ad instillare speranza aumenta la probabilità che si riesca ad aiutare i clienti ad affrontare le incertezze del futuro.<br />
Ha senso oggi, in questo nostro mondo, porsi come obiettivi il benessere soggettivo, la felicità, la qualità della vita?<br />
La psicologia è in grado di fornire una risposta valida a tale domanda?</p>
<p>Nel secolo scorso ciascuno dei settori scientifico-disciplinari in cui la psicologia si articola si è occupato prevalentemente di descrivere, spiegare ed interpretare le esperienze ed i processi psicologici negativi (psicopatologie, stress, disagio, devianza, ecc). Solo negli ultimi 10-15 anni, a parte il lavoro di alcuni precursori, sono stati studiati i processi psicologici e le condizioni ambientali, sociali e culturali, che possono promuovere concretamente il benessere della persona.<br />
Nel 2007 è stata fondata l&#8217;<em>International Positive Psychology Association</em> e da qualche anno ci sono l&#8217;<em>European Network on Positive Psychology</em> e la Società Italiana di Psicologia Positiva.<br />
Cominciamo a sapere qualcosa di più sulla felicità, a seconda di come essa viene intesa nelle diverse culture &#8211; più o meno individualistiche piuttosto che collettivistiche &#8211; con riferimento alle esperienze emotive, alle situazioni di realizzazione personale, alle relazioni interpersonali e sociali.<br />
La tradizione filosofica ci ha trasmesso due concezioni di felicità, <em>eudaimonia</em> per i primi pensatori greci: una prima &#8211; che si riferisce ad Aristotele &#8211; la connette con la virtù, intesa come giusto mezzo tra estremi contrapposti, e su questa stessa linea si colloca lo stoicismo, con enfasi sul comportamento razionale e sul distacco dalle emozioni. Una seconda &#8211; che fa riferimento ad Epicuro e più in generale all&#8217;edonismo &#8211; connette la felicità con il piacere, contrapposto al dolore.<br />
La prima concezione è stata poi ripresa dalla filosofia medievale cristiana ed è rintracciabile in molti contributi della psicologia dell&#8217;ultimo ventennio, specialmente americana, che riconducono l&#8217;eudemonismo alla <em>minfullness</em> ed intendono la felicità come &#8220;benessere psicologico&#8221; (accettazione di sé, avere degli scopi nella vita, padronanza del proprio ambiente, relazioni positive con gli altri, crescita personale ed autonomia).<br />
La seconda concezione, quella edonistica, è rintracciabile nell&#8217;utilitarismo dei secoli scorsi, ma pare meno presente nei contributi psicologici, nei quali il benessere soggettivo e gli stati psicologici riconducibili al piacere non sono chiaramente posti in relazione con l&#8217;esperienza soggettiva di felicità.<br />
Ma forse eudemonismo ed edonismo sono due concezioni non alternative tra loro, essendo accomunate nella tensione con la controparte: l&#8217;infelicità o, in senso più lato, il disagio della civiltà teorizzato da Sigmund Freud nel 1929.<br />
Il riferimento alla felicità &#8211; o quantomeno al benessere soggettivo &#8211; come a qualcosa di pensabile e perseguibile è il fondamento della speranza e dell&#8217;ottimismo, un atteggiamento controverso in tempi di crisi.<br />
Molteplici sono i fattori che influenzano tale atteggiamento: fattori genetici, geo-culturali, socio-demografici e psicologici. Ma ottimismo e speranza sono risorse per l&#8217;azione che derivano, più che da tratti personali, dal circuito delle relazioni in cui una persona è inserita, e che gli attribuisce valore. È il rapporto con il contesto di appartenenza che fonda la costruzione della propria progettualità e del proprio investimento, stimolando ad agire, cogliendo le possibilità di andare oltre la relativa presenza di rischio.<br />
Il recente Congresso internazionale <em>&#8220;Life Design and Career Counseling: Building hope and Resilience&#8221;</em> ha reso pubblici interessanti contributi di ricerca scientifica che sono utili per implementare il dibattito su speranza e ottimismo, e per individuare nuove forme di intervento psicologico nei diversi contesti di vita, di apprendimento e di lavoro.</p>
<p><strong>Costruire il futuro in condizioni di disabilità: Tematiche e sfide nei contributi presentati alla International</strong> <strong>Conference</strong></p>
<p><strong><br />
Teresa Maria Sgaramella</strong></p>
<p>I tempi attuali, le condizioni che viviamo, richiedono a tutti gli individui di fronteggiare molte incertezze; pongono, però, sfide aggiuntive a chi già sperimentava particolari difficoltà nella costruzione del proprio progetto di vita, ovvero alle persone che sperimentano situazioni di disabilità. Nella conferenza internazionale vari contributi hanno focalizzato l&#8217;attenzione sulla progettazione del futuro di persone che sperimentano condizioni particolarmente difficili e complesse.<br />
I lavori presentati hanno mostrato come, almeno nella ricerca, sia ormai condivisa la visione proposta da Michael Wehemeyer. Nella sua lettura magistrale dedicata alla disabilità ha invitato ad andare &#8220;Beyond Pathology&#8221;, oltre la patologia, per individuare e sottolineare invece gli aspetti positivi del funzionamento delle singole persone. Storicamente, infatti, la disabilità è stata vista con la lente della &#8220;patologia&#8221;, del danno, del deficit. Gli sviluppi recenti degli studi nell&#8217;ambito della psicologia positiva e i cambiamenti nella visione della disabilità hanno spostato, invece, l&#8217;asse verso un approccio basato sui punti di forza, sia nella ricerca che nella pratica, e al tempo stesso verso il riconoscimento del potenziale di sviluppo e di apprendimento, di progettualità futura delle persone che vivono in condizione di disabilità, anche quando queste situazioni sono caratterizzate da limitazioni intellettive.<br />
Una possibile chiave di lettura dei contributi presentati individua e propone linee di lavoro per il prossimo futuro.</p>
<p><strong><br />
<em>1. Il career assessment necessita di strumenti nuovi e di modi nuovi di usare strumenti noti.</em></strong><br />
A livello di assessment viene ribadita (La Porta) la rilevanza di azioni che portino ad individuare un progetto professionale e un percorso per realizzarlo, tramite i quali determinare un aumento di autoefficacia, sviluppare interessi professionali e strategie di problem solving, facilitare l&#8217;acquisizione di abilità personali spendibili come competenze professionali e come facilitatori di resilienza.<br />
Come in altri ambiti, alcuni contributi hanno tuttavia mostrato una nuova attenzione all&#8217;approccio qualitativo nell&#8217;assessment; un approccio finalizzato a riconoscere e valorizzare le abilità presenti, in primis da parte delle persone direttamente coinvolte, e a sviluppare intorno a queste una partecipazione positiva. Le storie di successo professionale presentate da Gloria Marsay mostrano come l&#8217;approccio narrativo possa &#8220;dare voce&#8221; ai punti di vista delle persone con disabilità e palesare le modalità più efficaci per costruire un proprio futuro professionale. Le storie presentate mostrano la presenza di tematiche comuni alle base delle esperienze di successo nella carriera che parlano di resilienza, di atteggiamenti positivi, di abilità scoperte in se stessi.<br />
Successivamente, nell&#8217;ambito del simposio organizzato da Mary McMahon sul <em>Qualitative career assessment</em>, un contributo presentato da chi scrive ha mostrato come un assessment qualitativo, condotto utilizzando strumenti nuovi e teoricamente fondati, possa risultare particolarmente utile in situazioni in cui le risorse personali siano limitate; situazioni in cui la prospettiva temporale futura è particolarmente incerta; nelle situazioni complesse in cui spesso si sperimentano transizioni e cambiamenti ricorrenti per ricorrenti problemi di salute o disagio psicosociale. L&#8217;analisi delle risposte fornite alle interviste strutturate da adulti che presentano una disabilità neurologica progressiva o disabilità psicosociale, ha permesso di individuare descrittori e tematiche ricorrenti. Insieme ai partecipanti è stato possibile dare significato alle esperienze precedenti di transizione, ai ruoli vissuti nel proprio presente e connotare adattabilità, speranze e obiettivi futuri.<br />
Si tratta di un&#8217;azione che, con le parole utilizzate da Rubina Setlhare-Meltor per descrivere i risultati di una attività di counseling in una situazione di disagio, contribuisce a &#8220;re-authoring life story&#8221;, a riscrivere la propria storia.</p>
<p><strong><em>2. Conoscere le aspirazioni, gli obiettivi futuri delle persone con disabilità è sicuramente un passaggio obbligato</em></strong> <strong><em>nel prossimo futuro.</em><br />
</strong>Molte persone che presentano disabilità sono isolate, non partecipano attivamente alla vita della comunità e non hanno un progetto che riguardi il loro futuro, professionale in primis, nonostante sia generalmente riconosciuto il ruolo protettivo costituito di un progetto professionale rispetto alla salute, al benessere e alla qualità di vita. I risultati di uno studio presentato da McMahon, Moni, Kuskelly e Jobling sottolineano la necessità di conoscere e di tenere conto delle aspirazioni, delle aspettative e delle esperienze di transizione sperimentate da persone con disabilità intellettiva, per compiere passi verso una integrazione e una progettazione del futuro personale.<br />
In tale analisi è necessario, inoltre, comprendere come tali speranze, aspirazioni e priorità possano essere influenzate da problemi derivanti da una limitazione o da menomazione specifica. Dallo studio presentato da Carrieri, Sgaramella e Soresi emerge, a tal proposito che gli obiettivi futuri, le priorità cambiano in funzione delle emergenze e dell&#8217;andamento temporale incerto/atteso che la specifica disabilità pone, nonché della consapevolezza delle stesse. Speranze, comportamenti resilienti ed autoefficacia rispetto alla possibilità di raggiungere i diversi obiettivi cambiano in funzione delle problematiche vissute ma anche dei diversi contesti e degli ambiti di vita considerati. Lo studio mostra, infatti, che la progettazione del futuro presenta problematiche diverse se prendiamo considerazione la famiglia, il lavoro o lo studio, la salute o il tempo libero. <strong><br />
<em>3. La progettazione del futuro sarà efficace se farà riferimento ad approccio sistemico e contestuale.</em></strong><br />
Dallo studio presentato da McMahon, Moni, Kuskelly e Jobling emergono da un lato indicazioni sulle preoccupazioni del futuro che vivono le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie, dall&#8217;altro il bisogno da parte degli operatori dei servizi di identificare facilitatori e barriere al raggiungimento di queste aspirazioni, al raggiungimento dei loro obiettivi personali e professionali. Troppo spesso ancora oggi i nostri studi non coinvolgono in maniera attiva le famiglie e, in particolare, gli operatori dei servizi sul territorio.<br />
In linea con quest&#8217; ultimo approfondimento, si pongono due contributi presentati nella sessione dedicata al Life Designing in situazioni psicosociali difficili. Joanna Rajewska de Mezer ha sottolineato la necessità di azioni che sostengano la difesa dei diritti e, al tempo stesso, permettano di mobilizzare risorse di auto-aiuto ed iniziative personali che contrastino ogni eventuale &#8220;impotenza appresa&#8221;, particolarmente deleteria quando associata, come nel caso della disabilità, a una marginalizzazione della famiglia oltre che dell&#8217;individuo. L&#8217;autrice, in una prospettiva nuova ed originale, analizza il ruolo delle Consulenze Legali alle quali riconosce una funzione educativa se finalizzate non solo a rendere la persona consapevole dei propri problemi e diritti ma anche a sviluppare la sua capacità di decisione e di responsabilità.<br />
Repetto e collaboratori, invece, hanno sottolineano la necessità di modelli teorici che guidino l&#8217;analisi e la gestione delle transizioni, la partecipazione al contesto sociale più allargato. Partendo dall&#8217;analisi delle problematiche di giovani che presentano malattie croniche non riconoscibili a prima vista, hanno illustrato un modello per sostenere la progettazione del futuro di questi adolescenti. Ciò che il contributo sottolinea è la necessità di prevedere azioni finalizzare ad insegnare alle persone con disabilità a muoversi nel sistema di cura, nel sistema educativo e nelle strutture di riferimento più ampie perché sicuramente faranno parte della loro vita futura e svolgeranno un ruolo nella costruzione del loro futuro.</p>
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		<title>2013… l’anno della speranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 16:41:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Salvatore Soresi Negli ultimi anni coloro che si occupano di orientamento si stavano abituando all&#8217;idea che per il lavoro e l&#8217;orientamento stessero per iniziare anni bui a causa della crisi economica che interessava ed interessa ancora tanti paesi. Anche alcuni di noi della SIO, e anche io nelle pagine di questa nostra newsletter, a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>di Salvatore Soresi</h3>
<p><img decoding="async" class="left alignleft" src="http://newslettersio.giuntios.it/img_articoli/sio1/Soresi.jpg" alt="ricerca" hspace="10" /></p>
<p>Negli ultimi anni coloro che si occupano di orientamento si stavano abituando all&#8217;idea che per il lavoro e l&#8217;orientamento stessero per iniziare anni bui a causa della crisi economica che interessava ed interessa ancora tanti paesi. Anche alcuni di noi della SIO, e anche io nelle pagine di questa nostra newsletter, a più riprese abbiamo fatto riferimento al fatto che <em>&#8220;il futuro non è più quello di una volta&#8221;</em>, che il lavoro <em>&#8220;da diritto per tutti si stava trasformando in privilegio per pochi&#8221;</em> e che alla crisi del lavoro non poteva non seguire anche quella degli operatori che si occupano di scelte e di progettazioni professionali.<br />
Per noi del LaRIOS e dell&#8217;<em>International Hope Research Team</em> il 2013 è stato invece l&#8217;anno della speranza, sia perché abbiamo dedicato ad essa i nostri più consistenti sforzi di ricerca, sia perché ci siamo trovati massicciamente impegnati nell&#8217;organizzazione di quel Congresso internazionale che è stata da molti definita la più eccitante Conference in materia di orientamento e di counseling del 2013.</p>
<p>Al LaRIOS abbiamo incominciato a pensare intensamente a quei giorni circa due anni fa&#8230;già all&#8217;interno dei lavori della Conference che si era tenuta a Padova nel settembre del 2011.</p>
<p>In quell&#8217;occasione importanti studiosi del decision making e del life designing, si erano trovati d&#8217;accordo nel ritenere che in epoche di marcata incertezza come quelle che stavamo e stiamo ancora vivendo, sarebbe stato necessario ripensare ai nostri modelli teorici e alle nostre pratiche professionali, e che dovevamo dedicarci maggiormente alla promozione del benessere e della qualità della vita delle persone più esposte agli effetti deleteri che la crisi stava provocando in diverse parti del mondo.</p>
<p>Da allora le cose, in molti paesi, invece di migliorare sono decisamente peggiorate e sono state nettamente sconfermate le previsioni di coloro che, a volte superficialmente, altre in mala fede, ritenevano che si sarebbe trattato di una crisi passeggera, momentanea, apparente.<br />
In tutto questo a farne le spese sono stati soprattutto coloro che per ragioni socioeconomiche vivono ai margini delle nostre società e, in particolare, le nuove generazioni che sembrano nutrire poche certezze, molte paure ed intense preoccupazioni nei confronti di un futuro che, come ci eravamo detti a Padova un paio di anni fa, decisamente non è più quello di una volta, non è più ricco di promesse e di prospettive attraenti.<br />
In epoche come queste tutti sono chiamati a fare la loro parte: i politici in primo luogo, ma anche coloro che si occupano di lavoro, di mercato, di servizi sociali, di promozione del benessere e anche noi che, essenzialmente, ci occupiamo di come aiutare le persone a scegliere e a progettare il loro futuro perché&#8230; se il futuro non è più quello di una volta, se c&#8217;è la crisi del lavoro&#8230; è in crisi anche il lavoro di coloro che da un punto di vista professionale si occupano di futuro e di lavoro.</p>
<p>Le cose che anche noi con le nostre ricerche e le nostre pratiche professionali siamo chiamati a fare sono decisamente molte e abbiamo l&#8217;obbligo morale di domandarci come, nonostante tutto, sia ancora possibile avere ed instillare fiducia e speranza, promuovere e fortificare la resilienza delle persone nei confronti delle avversità. Non possiamo inoltre esimerci dall&#8217;interrogarci, al contempo, a proposito di come sia ancora possibile ritenere vantaggioso accettare la procrastinazione di rinforzi e gratificazioni, trasformare l&#8217;indecisione e l&#8217;incertezza in opportunità, ma anche come riuscire ad influenzare le scelte dei decisori pubblici affinché possano essere garantite a tutti condizioni di vita maggiormente sature di significato e qualità.</p>
<p>Nel preparare quella Conference ci siamo detti più volte che chi per ragioni di ricerca o di lavoro è interessato al counseling, all&#8217;insegnamento, alla riabilitazione, al lavoro sociale, alla prevenzione &#8230; alle persone, deve continuare ad essere positivo&#8230; deve credere nell&#8217;esistenza di possibili vie di uscita.</p>
<p>Per dar corpo a questi pensieri abbiamo fatto nostro un motto di Agostino d&#8217;Ippona che è diventato, in questo ultimo anno, lo slogan del LaRIOS.<br />
La speranza di cui abbiamo tutti bisogno, secondo Agostino d&#8217;Ippona, ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo per come vanno le cose, il secondo per cambiarle. È questo, in fin dei conti, il motivo per cui continuiamo ad occuparci di counseling e di orientamento &#8230; per rinsaldare le ragioni per le quali non possiamo tollerare più le ingiustizie e le cose fatte male, da un lato, e, dall&#8217;altro, per sostenere il coraggio di tutti noi nel cercare di cambiarle&#8230; ed è per questo che consideriamo <em>il 2013&#8230; &#8220;l&#8217;anno della speranza&#8221;</em>.</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Testo della relazione magistrale tenuta nella sessione di apertura dell&#8217;International Conference di Padova</em></strong></p>
<p><strong><em>Aiutare le persone a costruire il loro futuro.</em></strong></p>
<p>Occuparci oggi delle persone che necessitano di aiuti nella scelta del lavoro e nella costruzione della loro vita, sta diventando sempre più difficile in quanto siamo costretti ad occuparci di problemi e costrutti complessi e difficili persino da definire.<br />
Sto pensando, in particolare:</p>
<ul>
<li>All&#8217;adaptability, di cui sabato ci parleranno gli amici che la prof.ssa Duarte è riuscita a convincere ad essere qui presenti</li>
<li>Alla prontezza professionale, intesa come stato di vigilanza nei confronti delle minacce alla vita personale e lavorativa;</li>
<li>E alla resilienza, intesa essenzialmente come capacità di resistere e recuperare energie, fiducia e strategie di coping, soprattutto in presenza di sfide impegnative che possono minacciare la stabilità, la vitalità, o lo sviluppo di persone e gruppi.</li>
</ul>
<p>Tutti questi costrutti hanno in comune un marcato collegamento con le caratteristiche ambientali e contestuali passate e presenti, pur essendo decisamente orientati verso il futuro, verso l&#8217;avvenire, verso ciò che potrebbe accadere.</p>
<p>Tra il presente e il futuro, ci sono i nostri desideri, i nostri interessi, le nostre credenze di efficacia, i nostri obiettivi, la nostra agency, &#8230; e la nostra speranza.</p>
<p>L&#8217;idea di futuro, un tempo, faceva venir in mente il progresso, il miglioramento delle condizioni di vita, l&#8217;aprirsi di prospettive e possibilità&#8230; oggi, pensando al futuro sono invece molti coloro che si lasciano prendere dallo sconforto, dallo smarrimento, dall&#8217;angoscia ed è proprio questo che provano tanti giovani e molte delle persone di cui ci occupiamo da un punto di vista professionale.</p>
<p>Queste sensazioni e questi sentimenti spiacevoli sono dovuti anche al diffondersi del pessimismo e del convincimento che sarà molto difficile uscire dalla crisi che sta interessando diverse parti del mondo, che sarà molto difficile contenere i suoi effetti deleteri ed evitare che ad essa possa seguire addirittura una <em>definitiva catastrofe</em> come avrebbe previsto Alain Touraine (2010).</p>
<p>La crisi economica attuale, a sua avviso, non solo è e sarà causa di effetti molto dolorosi sul versante sociale, ma riuscirà anche a rendere meno efficienti le istituzioni e ad annullare molti degli equilibri che abbiamo faticosamente raggiunto nell&#8217;era «post-industriale» del XX secolo (Touraine, 2010).</p>
<p>Ma di questo, i professionisti che si occupano del futuro del lavoro, sono consapevoli? Cosa pensano? Si considerano adeguatamente attrezzati per continuare ad interessarsi di lavoro e di futuro?</p>
<p>E la formazione che le università offrono è in grado di promuovere nei futuri conselor le competenze necessarie e a seminare fiducia e speranza?</p>
<p>È essenzialmente di questo che intendo occuparmi con la mia relazione.<br />
Lo farò proponendo alcune riflessioni e alcuni dati che abbiamo raccolto e che da un po&#8217; di tempo condividiamo all&#8217;interno del nostro Laboratorio e dei nostri gruppi di ricerca.</p>
<p>I pensieri e gli interrogativi che terrò presenti sono essenzialmente tre:</p>
<ol>
<li>Incomincerò con il chiedermi se, di fatto, è ancora possibile prevedere il lavoro del futuro e per quanti, questa eventuale previsione, è effettivamente possibile.</li>
<li>Mi chiederò ancora cosa caratterizza oggi i professionisti che si occupano di lavoro e di futuro e, infine,</li>
<li>Quali potrebbero essere gli identikit di coloro che in futuro si occuperanno di vocational guidance e di career counseling.</li>
</ol>
<p>Considerando tutto questo, la prima cosa che a mio parere dovremo forse incominciare a fare, è ammettere che anche noi a proposito di futuro ne sappiamo effettivamente molto poco e che sarà sempre più difficile prevederlo con sufficiente precisione e, ancor più difficile, determinarlo così come ci piacerebbe e vorremo.</p>
<p>L&#8217;unica cosa che con una certa certezza possiamo affermare è che né i nostri padri, né noi abbiamo fatto quanto necessario per consentire alle nuove generazioni di rappresentarselo positivamente. Noi, in altri termini, siamo per lo meno responsabili di molte inadempienze, di tutte quelle promesse che, per egoismo ed interessi individualistici, non abbiamo mantenuto.<br />
Sono proprio queste mancanze che oggi ritroviamo alla base delle preoccupazioni che molti giovani avvertono con particolare intensità. Tra queste preoccupazioni vi è il convincimento che:</p>
<ul>
<li>il lavoro, da diritto per tutti, sta diventando un privilegio per pochi;</li>
<li>che quello decente, quello pieno di significato, se non proprio attraente e piacevole, sarà destinato a pochissimi, e che sarà attribuito non considerando necessariamente i diversi meriti delle persone che lo vorrebbero svolgere;</li>
<li>anche il diritto al benessere e alla salute per tutti, se non proprio alla felicità, si sta affievolendo molto, così come l&#8217;idea che sia possibile e perseguibile uno sviluppo equo e sostenibile in ogni parte della terra.</li>
</ul>
<p>Sono molti, troppi i giovani che a proposito di futuro dicono:<br />
<em>&#8220;Non ci penso &#8230; Non c&#8217;è nulla a cui pensare&#8221;; &#8220;Mi occupa già a sufficienza il presente&#8221;; &#8220;Il problema non è l&#8217;incertezza del futuro. Il vero problema è l&#8217;incertezza, l&#8217;indefinitezza del presente&#8221;.<br />
&#8220;Riuscire a pensare da qui ad un anno è già troppo!&#8221;.</em><br />
Sono pensieri come questi che ci capita di ascoltare sempre più frequentemente e, d&#8217;altra parte, non possiamo meravigliarci di questo, se si continua a dire ai nostri giovani, come anche noi facciamo spesso nelle nostre università, che in futuro &#8220;la stima più alta sarà accordata all&#8217;innovazione, all&#8217;invenzione, alla scoperta, sia economica che scientifica o tecnica; &#8230; all&#8217;originale, all&#8217;inedito, al mai visto, alle eccellenze (Pomian, 1981, p. 108).</p>
<p>Ma a tutti quelli che non saranno in grado di produrre innovazioni ed invenzioni, che non potranno essere delle eccellenze &#8230; e saranno i più&#8230; cosa proponiamo?<br />
Se continueremo a dire che le probabilità di successo e di inclusione saranno decisamente basse per gran parte della &#8220;curva normale&#8221; della popolazione giovanile, per quella che non possiede strumenti culturali particolarmente sofisticati per essere effettivamente originali e particolarmente creativi &#8230; come possiamo attenderci che manifestino entusiasmi e voglia di futuro?</p>
<p>Da questo stesso punto di vista, anche il lavoro di chi desidererà occuparsi del futuro delle persone &#8220;normali&#8221;, di coloro che quasi certamente avranno a che fare con un futuro poco comprensivo e poco solidale esisterà ancora? Come sarà? Chi non vorrà ridursi a fare solamente, come si dice, il &#8220;cacciatore di teste&#8221; o il selezionatore di eccellenze, potrà ancora con il suo lavoro sentirsi rilevante da un punto di vista sociale, o soddisfatto a livello individuale?</p>
<p>E quanto sarà impegnativo e avaro di soddisfazioni, il lavorare in favore del futuro con persone che lo considerano particolarmente minaccioso o che non sono in grado di rappresentarselo positivamente?<br />
Forse dovremo iniziare con il ricercare come rendere più attraente il presente in quanto, come in Italia ci suggeriva già oltre venti anni fa Leccardi (1990) il presente immediato, il qui ed ora, è molto importante ed ha un peso ancor più marcato sia del passato che del futuro.</p>
<p>Forse, e in modo più realistico e concreto, se desideriamo effettivamente occuparci di futuro, dovremo, più umilmente, iniziare a considerare come sia possibile utilizzare meglio il presente e, al suo interno, anche il quotidiano che andrebbe accuratamente custodito, risparmiato, investito, fatto fruttare come una vera e propria risorsa economica.<br />
&#8230; &#8220;in presenza di fattori di incertezza a proposito delle conseguenze delle proprie decisioni e delle proprie azioni, nell&#8217;impossibilità di riuscire a controllare il successo o l&#8217;insuccesso, l&#8217;individuo moderno dovrebbe riconoscersi limitate capacità di calcolo a lunghissimo termine, poche capacità di prevedere e di pianificare a larghissimo raggio&#8221;. (Sciolla, 1983).</p>
<p>È proprio sulla scia di ragionamenti come questi che, negli ultimi anni, la ricerca di significati e di valori sembra essersi trasferita dalla dimensione del futuro a quella del presente.</p>
<p>Il presente, tempo tutto sommato poco nobile, come dicono alcuni filosofi, in quanto non sarebbe null&#8217;altro che un ponte tra il passato e il futuro, inizia, ai nostri giorni, ad essere riqualificato e a godere di glorie per lui insolite, provocando però di fatto la distruzione della stessa idea di futuro. In effetti sembrerebbe che &#8220;Il presente &#8230;sia oggi l&#8217;unica dimensione del tempo che viene frequentata senza disagio e su cui si sofferma senza difficoltà la nostra attenzione&#8221; (Tabboni, 1988).</p>
<p>In questa prospettiva, non più il futuro, ma il presente esteso, un lasso temporale sufficientemente breve da non sfuggire al controllo umano e sociale, ma anche abbastanza lungo da consentire progettazioni, diventerebbe il nuovo tempo dell&#8217;azione umana, ma anche del vocational guidance, della career education e del career counseling.<br />
Pur accontentandoci di occuparci di un futuro molto prossimo, o di un presente dilatato dovremo, in ogni caso, armarci di nuove modalità di analisi e di previsione, ma dovremo anche essere animati dalla speranza che sia possibile, nonostante tutto, realizzare i nostri obiettivi, le nostre aspirazioni, soddisfare i nostri desideri e anche, per quanto ci riguarda direttamente da un punto di vista professionale, ritenere possibile aiutare le persone a farlo.</p>
<p>Alcune indicazioni ce le aveva già fornite Agostino d&#8217;Ippona con quella frase che abbiamo utilizzato come slogan di questo congresso. Altre ce le fornisce un altro importante e più contemporaneo pensatore, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ernst_Bloch">Ernst Bloch</a>, che ci invita proprio a non rinunciare facilmente ai nostri sogni e nemmeno a quelli che facciamo ad occhi aperti:<br />
&#8220;La vita di tutti gli uomini è attraversata da sogni ad occhi aperti&#8221;, afferma Bloch. Una parte di questi sogni è solo una fuga insipida, anche snervante, anche bottino per imbroglioni; ma un&#8217;altra parte stimola, non permette che ci si accontenti del cattivo presente, non ci consente di essere dei rinunciatari. Quest&#8217;altra parte dei sogni ad occhi aperti&#8221; ha nel suo nocciolo la speranza, e, questo è il bello, la speranza è insegnabile. Forse, dati i tempi che stiamo attraversando, è proprio questo, in ultima analisi, lo scopo del nostro lavoro, ma per perseguirlo dovremo riuscire a contrastare anche quell&#8217;idea, irrazionale a mio avviso, che alcuni economisti tristi e sfiduciati di oggi, assieme ad alcuni pensatori del passato continuano a cercare di inculcare alle nuove generazioni dicendo che bisogna &#8220;essere modesti, che bisogna <em>moderare i desideri&#8230; abbassare la soglia delle pretese piuttosto che innalzare le aspettative e le speranze. Questi ben pensanti hanno persino tentato di convincerci del fatto che si potrà diventare ricchi &#8230; solamente se si sarà poveri di desideri!&#8221; (Bodei, 2007, p. 15).</em></p>
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		<title>Assicurare la qualità dei servizi di orientamento tramite il rafforzamento del ruolo e della professionalità degli operatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[SIO Online Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 16:38:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonietta Petetti Rafforzare le garanzie di qualità dei servizi di orientamento, in particolare attraverso l&#8217;introduzione di criteri e regole di ingresso al ruolo e per la formazione continua degli operatori, rappresenta una delle linee di azione prioritaria fissate dalla Risoluzione Europea «Integrare maggiormente l&#8217;orientamento permanente nelle strategie di apprendimento permanente» (Consiglio e rappresentanti dei governi degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>di Antonietta Petetti</h3>
<p><img decoding="async" class="left alignleft" src="http://newslettersio.giuntios.it/img_articoli/sio7/petetti.jpg" alt="ricerca" /></p>
<p>Rafforzare le garanzie di qualità dei servizi di orientamento, in particolare attraverso l&#8217;introduzione di criteri e regole di ingresso al ruolo e per la formazione continua degli operatori, rappresenta una delle linee di azione prioritaria fissate dalla Risoluzione Europea <a href="http://www.euroguidance.it/formazione_e_istruzione/20090720/518_risoluzione_del_consiglio__integrare_l__orientamento_permanente_nelle_strategie_di_apprendimento_permanente.html">«Integrare maggiormente l&#8217;orientamento permanente nelle strategie di apprendimento permanente»</a> (Consiglio e rappresentanti dei governi degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio, 21 novembre 2008). Precedentemente, l&#8217;OCSE aveva già sottolineato come la scarsa chiarezza delle norme esistenti in materia di formazione in ingresso e di qualificazione ulteriore degli operatori rappresenti motivo di debolezza dell&#8217;orientamento erogato in molti Paesi e sia da considerarsi tra i principali fattori che ne limitano la capacità di contribuire efficacemente a sostenere l&#8217;attuazione delle politiche attive per il lavoro e per l&#8217;apprendimento lungo l&#8217;intero arco delle vita (<em><a href="http://newslettersio.giuntios.it/img_articoli/sio7/colmare.pdf">Orientamento e politiche pubbliche: Colmare il gap</a></em>).<br />
Nel nostro Paese, com&#8217;è stato più volte evidenziato (&#8220;Rapporto Orientamento&#8221;; <a href="http://www.isfol.it/">Isfol</a> 2010 e 2011), sappiamo che: quanti si occupano di orientamento non hanno sempre una formazione universitaria di tipo specialistico ma, nel migliore dei casi, una formazione universitaria in ambiti considerati limitrofi e collegati all&#8217;orientamento; le funzioni di orientamento sono spesso affidate a persone che se ne occupano solo a tempo parziale e che ricoprono anche o fondamentalmente altri ruoli; il ventaglio delle qualificazioni comunemente accettate per operare come orientatore nei diversi ambiti dell&#8217;istruzione, della formazione e dei servizi per il lavoro è molto ampio; la formazione continua degli operatori rimane perlopiù affidata alla responsabilità degli operatori stessi, invece che far parte di un piano sistematico per assicurare il possesso nel tempo di determinati requisiti in termini di competenze indispensabili per svolgere con professionalità il proprio ruolo e per il mantenimento di determinate autorizzazioni (ad esempio, accreditamento).<br />
A fronte di questa situazione non certo positiva, vanno registrati come segnali di un possibile e prossimo cambiamento alcune importanti dichiarazioni di intenti e proposte. In particolare:</p>
<ul>
<li>da un lato, le riflessioni e le prese di posizione di alcune autorevoli Università e Associazioni professionali degli orientatori (si veda: &#8220;Life designing and career counseling: Il problema della formazione e della certificazione delle competenze dei professionisti dell&#8217;orientamento&#8221; &#8211; Atti del Seminario Padova, 13-14 maggio 2011) finalizzate alla definizione di precise condizioni e criteri per la professionalizzazione degli operatori di orientamento, senza i quali l&#8217;offerta formativa per l&#8217;accesso al ruolo e la qualificazione ulteriore rischia di rimanere fortemente frammentata e diversificata in modi che non assicurano standard qualitativi minimi comuni, né consentono l&#8217;integrazione e la capitalizzazione delle competenze acquisite;</li>
<li>dall&#8217;altro, l&#8217;impegno che le Regioni insieme al <a href="http://www.lavoro.gov.it/Lavoro">MLPS</a> e il <a href="http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/home">MIUR</a> si avviano a sottoscrivere con l&#8217;intento di portare positivamente a conclusione il processo di confronto istituzionale, già avviato con il <a href="http://www.forumorientamento.it/">Forum di Genova 2011</a>, su due questioni fondamentali e strettamente correlate: la definizione di standard qualitativi dei servizi e la definizione di standard di competenze degli operatori di orientamento.</li>
</ul>
<p>Nella prospettiva, dunque, di un quadro unitario di riferimento, a livello europeo e nazionale, per l&#8217;assicurazione di qualità dell&#8217;offerta di orientamento e, in particolare, della definizione di standard di competenze per gli operatori di orientamento nelle filiere dell&#8217;istruzione, formazione e lavoro, ci sembra utile proporre una sintetica ricognizione dei contributi più significativi, a nostro parziale giudizio, cui fare riferimento come possibili punti di partenza di un percorso comune.</p>
<p><strong><em>Verso la definizione di standard di competenze degli operatori di orientamento</em></strong></p>
<p><em>La proposta ISFOL</em></p>
<p>Punto di partenza di questa rapida ricognizione non può che essere la proposta formulata dall<a href="http://www.isfol.it/">&#8216;ISFOL</a> intorno alla fine degli anni &#8217;90 (<a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?CodiceLibro=830.140"><em>Profili professionali per l&#8217;orientamento: la proposta Isfol</em></a>, a cura di Anna Grimaldi; <em><a href="http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/Europalavoro/SezioneEuropaLavoro/DGPOF/ProdottiEditoriali/CollaneEditoriali/TemiStrumenti/Funzionicompetenzeprofili.htm">Funzioni, competenze, profili e</a> <a href="http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/Europalavoro/SezioneEuropaLavoro/DGPOF/ProdottiEditoriali/CollaneEditoriali/TemiStrumenti/Funzionicompetenzeprofili.htm">percorsi formativi nell&#8217;orientamento</a></em> a cura di Anna Grimaldi e Angelo Del Cimmuto). Questo approccio era incentrato sulla messa a fuoco delle diverse e fondamentali funzioni che devono essere svolte dagli operatori di orientamento, con l&#8217;individuazione e la descrizione delle specifiche attività che le caratterizzano e delle competenze necessarie per il loro svolgimento, fino ad arrivare alla descrizione dei percorsi formativi attraverso i quali sviluppare le diverse professionalità. In estrema sintesi, la proposta ISFOL, come molti ricorderanno, consisteva nell&#8217;identificazione di quattro macro-tipologie di funzioni orientative, di cui tre &#8211; quelle relative a: trasmissione di informazioni; monitoraggio/tutoring dei percorsi; consulenza nella scelta e nella costruzione di un progetto &#8211; riguardavano specificamente le funzioni coinvolte nell&#8217;erogazione diretta di servizi all&#8217;utente finale. A ciascuna funzione venivano fatti poi corrispondere altrettanti ambiti di professionalità dedicate, in particolare le figure di: &#8220;Operatore di Informazione Orientativa&#8221;, &#8220;Tecnico dell&#8217;orientamento&#8221;, &#8220;Consulente di orientamento&#8221;. Figure, secondo la proposta ISFOL, volte tutte all&#8217;erogazione diretta di interventi di orientamento per tipologie di utenti anche diverse, e focalizzate, rispettivamente, sulla funzione di: informazione, accompagnamento/tutoraggio, consulenza. La quarta figura prevista, così detta di &#8220;Analista di politiche e servizi di orientamento&#8221;, avrebbe dovuto riguardare invece lo svolgimento di funzioni che, pur non impattando in modo diretto sull&#8217;utente, sono da considerarsi a supporto e garanzia della qualità dei servizi di orientamento erogati (assistenza tecnica ai sistemi o alle istituzioni, promozione e sviluppo di reti territoriali, coordinamento di servizi, ecc.).<br />
Il principale punto di debolezza di questo approccio &#8211; cui va riconosciuto il merito di aver contribuito per primo in Italia alla possibile definizione di una precisa, rigorosa e fondata cornice regolativa comune per l&#8217;orientamento &#8211; sta probabilmente nella sua scarsa flessibilità e adattabilità ai diversi contesti (nazionali, istituzionali, sociali, culturali, ecc.) e ambiti (istruzione, formazione, lavoro) di erogazione degli interventi di orientamento. Nei fatti, il modello è risultato di difficile applicazione in un quadro nazionale vieppiù caratterizzato dalla moltiplicazione e frammentazione degli interventi e delle governance.<br />
A partire da questo primo approccio, di particolare interesse è la prospettiva aperta dalla messa a punto di dispositivi fondati sull&#8217;individuazione e valutazione di competenze (comuni o specialistiche) per le diverse possibili figure di operatore dell&#8217;orientamento. Il carattere distintivo di questo approccio sta nella centratura sul concetto di competenza, intesa come capacità provata di saper usare determinate conoscenze, abilità e caratteristiche personali nelle diverse situazioni di lavoro o di studio. Inoltre, le esperienze e i dispositivi riconducibili a questo approccio si contraddistinguono in quanto tendono, come esito finale, non tanto all&#8217;individuazione di specifiche figure professionali quanto piuttosto alla definizione di repertori o quadri di competenze per l&#8217;orientamento, articolate in diversi blocchi (<em>core competences</em> o competenze trasversali, competenze specialistiche, etc.) e sulla base delle quali sia possibile, combinando tra di loro le diverse competenze, &#8220;ritagliare&#8221; diverse figure professionali modellandole in funzione di specifici bisogni di orientamento e/o caratteristiche del contesto organizzativo di erogazione dei servizi. Sono esemplificativi di questo approccio numerosi contributi di rilevanza europea. Fra questi, ci limiteremo a richiamare quelli che, in una certa misura, sono stati già oggetto di un primo percorso di trasferimento e adattamento al contesto italiano:</p>
<ul>
<li><em>EVGP (European Vocational Guidance Practitioner) Competency Framework.</em> È il quadro delle competenze degli operatori di orientamento a livello europeo messo a punto dalla <a href="http://www.iaevg.org/iaevg/index.cfm?lang=2">IAEVG</a> (International Association for Educational and Vocational Guidance) mediante un progetto internazionale che si è svolto nel periodo 1999-2003. Si tratta di un elenco articolato in due grandi gruppi: quello delle <em>core competencies</em>, considerate di base e indispensabili per lo svolgimento di qualunque profilo specifico di operatore dell&#8217;orientamento; e quello delle <em>specialized competencies</em>, gruppo che comprende 10 competenze specialistiche (Valutazione, Orientamento scolastico, Sviluppo di carriera, Consulenza orientativa, Gestire informazioni, Gestire consulti e coordinare, Ricerca e valutazione degli interventi, Gestire i servizi/programmi di intervento, Lavorare in rete e sviluppare le comunità locali, Accompagnamento al lavoro) ciascuna articolata a sua volta in diverse sotto-competenze specifiche.<br />
A questo quadro delle competenze fanno riferimento in Italia alcune prime significative esperienze di accreditamento degli orientatori, in particolare l&#8217;esperienza della SIO, che dal 2010 utilizza un repertorio selezionato di dette competenze come strumento fondamentale della propria procedura di accreditamento degli orientatori sulla base della certificazione, da parte dei richiedenti, del possesso di tutte le competenze fondamentali e di almeno due competenze specialistiche comprese nell&#8217;elenco.</li>
<li><em>European Accreditation Scheme (EAS) per operatori di orientamento.</em> Il Progetto <a href="http://www.corep.it/eas/">EAS</a>(LLP Leonardo da Vinci), concluso nel 2008, ha ragionato su un possibile sistema di accreditamento a livello europeo di quanti svolgono attività di orientamento basato sul riconoscimento delle competenze comunque acquisite. Il Progetto, che ha coinvolto associazioni di circa 40 organizzazioni europee ed è stato in parte sviluppato in collaborazione con <a href="http://www.iaevg.org/iaevg/index.cfm?lang=2">IAEVG</a>, si è sviluppato a partire dall&#8217;analisi degli schemi di accreditamento esistenti in diversi Paesi Europei (requisiti richiesti e metodi di assessment) per arrivare alla costruzione e sperimentazione, in 17 diversi Paesi Europei tra cui l&#8217;Italia, di uno schema per l&#8217;accreditamento centrato sulla ricostruzione e valutazione delle prestazioni con riferimento a ciascuno dei 15 compiti principali dell&#8217;operatore di orientamento individuati dal progetto e relativi descrittori del livello della prestazione.</li>
</ul>
<p>È importante sottolineare come, secondo il modello EAS, ciascun operatore possa essere accreditato con riferimento a uno o più compiti svolti e non con riferimento a un ruolo lavorativo nel suo complesso. Inoltre, anche un operatore senza qualifiche formali può essere accreditato all&#8217;interno dello schema EAS in quanto si tratta di un modello centrato sulla valutazione delle competenze, a prescindere dai percorsi di apprendimento (formali, non formali e informali) attraverso i quali sono state acquisite.</p>
<p>Strettamente collegato al modello EAS e ai suoi risultati è il <a href="http://www.improveguidance.eu/it/news">progetto LLP Grundtvig IMPROVE</a>(Improving Validation of Not-Formal Learning in European Career Guidance Practitioners) concluso nel 2011 e che ha consentito di realizzare anche in Italia un&#8217;interessante sperimentazione di un dispositivo per la valutazione delle competenze in materia di counseling di orientamento di diverse figure di operatore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il Quadro Europeo delle competenze degli operatori di orientamento</em></strong></p>
<p>A chiusura di questa rapida rassegna, soffermiamoci a considerare due ultimi contributi di grande rilevanza a livello europeo.</p>
<p><em>NICE Tuning Framework</em></p>
<p>Questo progetto consiste nell&#8217;individuazione da parte della Rete <a href="http://www.nice-network.eu/">NICE</a> &#8211; il &#8220;Network for Innovation in Career Guidance and Counselling in Europe&#8221; costituito nel 2009 e di cui fanno parte 40 Università in Europa &#8211; di <em>punti di riferimento comuni</em> per la progettazione e lo sviluppo di programmi di istruzione universitaria per gli operatori dell&#8217;orientamento, mediante un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea e i cui risultati e prodotti sono stati di recente pubblicati e messi a disposizione sul sito della Rete stessa (<a href="http://www.nice-network.eu/newsdetails00.html?&amp;cHash=c0e5b74eb3&amp;tx_ttnews[backPid]=145&amp;tx_ttnews[tt_news]=31">NICE Handbook for the Academic Training of Career Guidance and Counselling Professionals</a>). Attraverso un impianto di ricerca ampio e rigoroso il progetto è giunto a focalizzare sei grandi raggruppamenti di competenze fondamentali (core competences) degli operatori di orientamento. In particolare vengono evidenziate:</p>
<ol>
<li>le competenze implicate nella gestione diretta della relazione con il cliente (competenze necessarie per supportare: l&#8217;analisi e comprensione, da parte dei clienti, della propria situazione, la ricerca attiva di soluzioni e la presa di decisioni; la valutazione delle proprie caratteristiche e bisogni e la loro messa in relazione con le informazioni, le opportunità e richieste del mercato del lavoro e dei sistemi educativi; lo sviluppo, da parte di clienti, delle competenze necessarie per la gestione efficace del processo di auto-orientamento e dei propri percorsi di crescita e carriera professionale);</li>
<li>le competenze che fanno, per così dire, da sfondo, ma non per questo sono da considerarsi trascurabili (si riveda a questo proposito il contributo di Salvatore Soresi &#8220;Competenze, formazione e deontologia dei professionisti dell&#8217;orientamento&#8221; in Soresi 2007, <a href="http://www.giuntios.it/it/catalogo/CO0000004_83698R"><em>Orientamento alle scelte: Rassegne, ricerche, strumenti ed applicazioni</em></a>. Firenze: Giunti O.S. Organizzazioni Speciali) e che, anzi, costituiscono supporto fondamentale per la gestione efficace della relazione con il cliente (competenze per assicurare e sviluppare la qualità dei servizi offerti; relative all&#8217;assunzione di specifici valori professionali e all&#8217;applicazione di standard etici di comportamento; competenze per la costruzione e gestione efficace di reti di cooperazione e scambio con altri professionisti e organizzazioni e con i propri <em>stakeholders</em>).</li>
</ol>
<p>Il contributo centrale del progetto <a href="http://www.nice-network.eu/">NICE</a> sta nella successiva focalizzazione, per ciascuna delle sei <em>core competences</em>, dei risultati rilevanti in termini di apprendimento (dal punto di vista cognitivo, affettivo e comportamentale) che la partecipazione a un intervento formativo rivolto a orientatori dovrebbe assicurare. L&#8217;individuazione e definizione di un Curriculum competence-based che serva da cornice di riferimento comune, a livello europeo, per la formazione a livello universitario di figure professionali per l&#8217;orientamento, è appunto la finalità specifica del progetto NICE e il suo principale valore aggiunto rispetto ad altri progetti contigui.</p>
<p><em>The European Competence Framework for career guidance practitioners</em></p>
<p>Il Quadro Europeo delle competenze degli operatori di orientamento &#8211; risultato di un vasto progetto coordinato dall&#8217;Agenzia Europea <a href="http://www.cedefop.europa.eu/EN/">CEDEFOP</a> (European Centre for the Development of Vocational Training) con il coinvolgimento di tutti i Paesi dell&#8217;Unione Europea e i cui risultati complessivi sono stati pubblicati nel 2009 (<em><a href="http://www.cedefop.europa.eu/en/Files/5193_EN.PDF">Professionalising career guidance &#8211; Practitioner competences and qualification routes in Europe</a></em>; CEDEFOP 2009) &#8211; fornisce una base ampia e largamente condivisibile, descrittiva delle diverse competenze degli operatori di orientamento, in grado di ben supportare la definizione di criteri e standard comuni per la certificazione delle competenze e l&#8217;accreditamento degli operatori di diversi ambiti.<br />
Principale finalità del modello elaborato è appunto quella di mettere a disposizione una base comune a partire dalla quale gli Stati Membri possano sviluppare i propri, nazionali e/o settoriali, dispositivi per la garanzia di qualità dell&#8217;orientamento e, in particolare, definire specifici standard professionali degli operatori. Benché il quadro si proponga come punto di partenza per ulteriori sviluppi e sperimentazioni, va sottolineato come sia stato elaborato a partire dall&#8217;analisi delle migliori esperienze realizzate a livello sia europeo che internazionale. In particolare, oltre ai modelli già richiamati, si è tenuto conto dei risultati di progetti quali: il quadro di competenze degli operatori di orientamento realizzato e adottato dall&#8217;Irlanda; il sistema di standard professionali per gli operatori di orientamento del Regno Unito, del Canada e dell&#8217;Australia; gli standard professionali per le figure specializzate nella consulenza di orientamento, nell&#8217;informazione orientativa e nell&#8217;orientamento scolastico adottati in Estonia. Ciascuno dei diversi modelli e dispositivi è stato analizzato al fine di ricavare e mettere in evidenza i principi e i criteri sottostanti a ciascuno di essi. Inoltre, una volta definito, il Quadro delle competenze degli operatori di orientamento è stato nuovamente messo a confronto con gli altri modelli e strumenti già a disposizione, per assicurarsi che nessuna area di competenza ritenuta rilevante fosse stata omessa.<br />
In breve, la struttura del Quadro comprende tre grandi tipologie di competenze.</p>
<p><em>Competenze di base.</em> Questa prima categoria fa riferimento non tanto a core activities &#8211; ovvero ad attività che si presume gli operatori di orientamento debbano obbligatoriamente svolgere in qualunque contesto lavorativo &#8211; ma piuttosto a competenze che potremmo definire trasversali, nel senso che comprendono abilità e conoscenze che tagliano trasversalmente le diverse attività che debbono essere svolte per rispondere adeguatamente ai diversi bisogni di orientamento degli utenti. Molto sinteticamente, le competenze di base fanno riferimento, nel modello, a: abilità e caratteristiche personali degli orientatori; valori e approccio etico a partire dai quali si affrontano i compiti inerenti il proprio lavoro; capacità di base in termini di comunicazione, facilitazione dei rapporti interpersonali, gestione delle tecnologie per l&#8217;informazione e la comunicazione.</p>
<p><em>Competenze relative all&#8217;interazione con l&#8217;utente</em>. In questa seconda categoria vengono descritte competenze che si esplicano direttamente nel rapporto con gli utenti dell&#8217;orientamento e sono rappresentate quelle competenze che potremmo dire distintive della figura dell&#8217;orientatore nelle sue diverse possibili declinazioni. In breve, sono ricomprese all&#8217;interno di questa categoria le seguenti competenze: farsi carico delle attività per la crescita e lo sviluppo professionale degli utenti; sviluppare la capacità dell&#8217;utente di accesso all&#8217;informazione; guidare la valutazione e rendere capace l&#8217;utente di auto-valutarsi; progettare ed erogare interventi di formazione finalizzati allo sviluppo delle competenze di auto-orientamento; fare rinvii ad altri operatori/servizi e procurare sostegno; facilitare l&#8217;ingresso nei percorsi di istruzione/formazione e al lavoro.</p>
<p>Sebbene queste competenze facciano riferimento ad attività che sono rilevanti per gli utenti e di significativo impatto sui risultati dell&#8217;orientamento, esse non sono necessariamente richieste per intero e a tutti gli operatori di orientamento. Piuttosto è indispensabile che tutti gli operatori di orientamento sappiano svolgere efficacemente almeno alcune di queste attività.<br />
Nel modello, ciascuna competenza è descritta attraverso una serie di attività, per ognuna delle quali vengono proposti esempi di contenuto, come nell&#8217;esempio qui di seguito descritto (cfr. Tabella 1. Categoria &#8220;Competenze relative all&#8217;interazione con il cliente&#8221; &#8211; Competenza &#8220;Farsi carico delle attività per la crescita e lo sviluppo professionale degli utenti&#8221;). Nel documento Cedefop si sottolinea che lo scopo di tali esempi è esclusivamente quello di stimolare la riflessione sulla particolarità dei contesti e delle condizioni alle quali lo schema delle competenze dovrà adattarsi nei diversi Paesi o settori che decideranno di utilizzarlo. Di conseguenza, i contenuti che sono stati indicati per ciascuna attività non sono da considerarsi in ogni caso vincolanti, ma ciascun Paese o settore potrà definire nuovi item o integrare quelli proposti. Anche per questo motivo, in molti casi, nel modello i contenuti sono descritti con relativa precisione in altri invece vengono appena elencati in modo schematico, come spunti per la riflessione. Infine, la descrizione delle competenze operata nel modello mantiene la sua validità indipendentemente dal fatto che le modalità di erogazione dell&#8217;orientamento siano di tipo individuale o di gruppo, faccia a faccia o mediante comunicazione a distanza (telefono, internet, posta elettronica).</p>
<p class="small"><strong>Tabella 1.</strong> Categoria &#8220;Competenze relative all&#8217;interazione con il cliente&#8221; &#8211; Competenza &#8220;Farsi carico delle attività per la crescita e lo sviluppo professionale degli utenti&#8221;</p>
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<p><em>Competenze di supporto</em>. Infine, il Quadro contiene un ultimo gruppo di competenze in riferimento ad attività di tipo sussidiario o di supporto, necessarie cioè al fine di rafforzare le risorse e il contesto dentro il quale si svolge il lavoro di interazione con gli utenti. Si fa qui riferimento a competenze quali: il saper gestire servizi di informazione sulle opportunità di studio, formazione o lavoro; operare all&#8217;interno di reti e costruire partnership, impegnandosi altresì nella relazione con gli <em>stakeholders</em>; impegnarsi nelle ricerca e nella valutazione delle attività di orientamento.<br />
Anche in questo caso, ciascuna competenza viene articolata in una serie di attività, ciascuna delle quali viene a sua volta descritta mediante esempi di possibili contenuti. Per l&#8217;individuazione e descrizione dei contenuti vale quanto già detto a proposito della seconda area di competenze. Occorre rilevare inoltre che, in funzione della specifica organizzazione dei servizi e delle caratteristiche dei sistemi locali per l&#8217;orientamento, alcune delle attività qui raggruppate potrebbero risultare non affidate direttamente alla responsabilità dell&#8217;operatore di orientamento, ma essere invece gestite in modo centralizzato (ad esempio, per quanto riguarda attività quali la preparazione e disseminazione di informazioni e materiali sui percorsi di istruzione, l&#8217;offerta formativa, le richieste del mercato del lavoro) o, in altri casi, affidate ad un solo membro della squadra di lavoro che svolge l&#8217;attività di supporto a beneficio di tutti gli altri operatori. In generale, va tenuto conto che le politiche e le pratiche delle diverse organizzazioni all&#8217;interno delle quali operano gli operatori di orientamento possono influenzare in modo significativo le modalità di interpretazione di questo tipo di competenze, indipendentemente dalle competenze possedute dai soggetti stessi che ricoprono il ruolo di orientatore.</p>
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