Il coraggio quotidiano

Analisi del discorso per osservare il coraggio e favorire pratiche di incoraggiamento.

Daniela Rosas

 

Sono molte le discipline impegnate nell’ultimo decennio a indagare il coraggio e a metterne in luce componenti e aspetti diversi. Il filosofo Diego Fusaro (Coraggio, Raffaello Cortina Editore, 2012) sottolinea il rapporto diretto del coraggio con “l’elemento irrazionale e passionale che lo abita intimamente facendone una virtù costante, in bilico tra ragione e passione, tra dimensione intellettuale e sentimentale: prova ne è che la scienza non basta a infondere coraggio, né […] a definirlo”. “Il coraggio– ci ricorda il Courage Research Group- può avere un ruolo rilevante nello sviluppare visioni multiple e non stereotipiche della realtà e […] può essere particolarmente vantaggioso per i giovani cui è richiesto di fronteggiare l’incertezza, gestire e anticipare le sempre più frequenti transizioni”.

Chi si occupa di sostenere e aiutare le persone nel compito di progettare il proprio futuro, non può non tener conto di quanto esso sia connesso con le rappresentazioni del futuro stesso, del lavoro, di sé e degli altri, e con il modo in cui tali rappresentazioni prendono vita nei discorsi. Cosa pensiamo e le parole che scegliamo per esprimere tale pensiero giocano un ruolo importante.

Secondo l’Institute for the Future, la prima legge degli studi sul futuro è: non esistono fatti del futuro, ma solo narrazioni. Luca De Biase, giornalista del Sole 24 Ore, nel suo ultimo libro (Il lavoro del futuro Codici Edizioni, 2018) sottolinea quanto, nel complesso quadro attuale sia importante il compito di insegnare a immaginare, coltivare narrazioni strategiche e intelligenti del futuro, capaci a loro volta di fornire visioni e prospettive non stereotipiche della realtà.

Possono le rappresentazioni del coraggio mediare sulla volontà di impegnarsi e esporsi in azioni percepite come rischiose, incerte, pericolose, impossibili, ma capaci di portare alla realizzazione dei propri obiettivi? Come osservare tali rappresentazioni e le possibili influenze sull’agire? I modelli di cui disponiamo sulle fasi d’azione, identificazione e trasformazione degli obiettivi in azione, suggeriscono strategie di autoregolazione per superare gli (innumerevoli) ostacoli che portano all’azione.

La sociologia, ma più in generale l’analisi del discorso, possono, dal mio punto di vista, fornire il proprio contributo alla ricerca sul coraggio, poiché in grado di dare maggiori informazioni su quale rapporto si stabilisca nel linguaggio tra il parlare e l’agire.

La ricerca

Il proposito del lavoro di ricerca svolto presso l’Università di Torino (Daniela Rosas, Paolo Angeletti, Daniela Ghidoli, Alice Monticone) è stato quello di analizzare, attraverso interviste discorsive, i vocabolari culturali di un gruppo di studenti in prossimità di laurearsi o laureati di recente e di un gruppo di giovani, cosiddetti Neet. A quali vocabolari di motivi fanno riferimento nel raccontare la propria storia, formativa e professionale? Quali vocabolari alimentano le azioni coraggiose e quali, invece, le limitano?

Dal primo lavoro di analisi qualitativa sui testi trascritti delle interviste il gruppo di ricerca ha messo a punto una breve lista di idee, punti di vista, per osservare e favorire il coraggio nel linguaggio quotidiano, ma anche per incentivare nelle persone l’assunzione di vocabolari dell’incoraggiamento, nell’ottica di aiutare e sostenere l’altro nello sviluppo di visioni e prospettive positive del futuro.

  1. Il coraggio è un agire, rivelano le interviste, quotidiano. Implicitamente o esplicitamente caratterizzato anche in opposizione al modello utopico di coraggio, l’agire coraggioso mette in relazione la vita quotidiana, in un processo di secolarizzazione del coraggio, come realtà costituita da possibilità di azione e comunicazione. I modelli di eccellenza, distanti dall’agire quotidiano, per contro, più che un ideale da riprodurre, si caratterizzano talvolta per il loro potere di frenare il movimento, scoraggiando l’azione percepita come “imperfetta” o “sbagliata”. Si agisce, si sceglie, quando si sono valutate tutte le possibilità, o quando lo si è fatto, nel limite del possibile?
  2. La cultura che alimenta le azioni coraggiose è una cultura che scoraggia le rappresentazioni olimpiche della realtà, le espressioni di onnipotenza (aspetto di avere tutte le carte in tavola, deciderò quando avrò tutti gli elementi per decidere, devo valutare tutte le possibilità, ho le mani legate, il treno passa una volta sola…) e incoraggia, invece le meccaniche del senso. Quali sono tali meccaniche? Le rappresentazioni della realtà “olimpiche” (H. Simon) come quelle citate, portano all’inazione, poiché sono, appunto, scoraggianti. Imparare a incoraggiare attraverso pratiche del linguaggio significa dare occasioni, a sé e ai propri interlocutori, di “smontare” modelli utopici di realtà, che sono rappresentazioni soltanto immaginarie (è possibile davvero avere tutte le carte in tavola? Non compiamo forse le nostre scelte nonostante i limiti nel raccogliere informazioni e lasciando ampi spazi all’intuito, all’istinto? Chi o cosa ti lega le mani? Le stazioni, non confermano forse che i treni continuano a passare?) favorendo invece una cultura delle possibilità reali.
  3. L’appello al dover essere, ricorrente nelle interviste, in alternativa al poter essere, attraverso l’analisi dei vocabolari trova il suo senso: si tratta di indagare, nel linguaggio, volta per volta, se il dover essere è conveniente, che asseconda i valori, conferma e gratifica una rappresentazione identitaria o un dover essere invece sconveniente, che si impone a scapito di un poter essere che non trova spazio (ho visto che stava per prendergli il portafoglio, se non avessi fatto nulla, dopo tutto ciò che dico, sarei stato un verme…, per mio padre quando inizi una cosa devi finirla, non esistono vie di mezzo. Così ho mollato senza dir nulla…, io sono una che non molla…)
  4. Le polifonie, la presenza di voci altrui nei discorsi, possono rivelare molto del mondo interiore di chi parla. Alcune di queste voci, secondo Bachtin, filosofo e storico letterario russo, sono pacificate, altre conflittuali (per carità! non è che non mi abbiano aiutato… però…, ho fatto un piccolo lavoretto, non voglio dire che avevo ragione io, però…) e, se messe alla prova di possibili altrimenti possono mettere o rimettere in gioco idee e rappresentazioni e relativi stati di benessere o malessere ( per carità! non è che non mi abbiano aiutato… però…il per carità! Arriva a frenare, correggere una replica immaginaria dell’interlocutore: non pensare che io voglia dire di non essere stato aiutato).
  5. Parlare di coraggio e riflettere in maniera sistematica sul proprio dire incrementa il coraggio, estende il germe della possibilità in grado di creare scenari futuri alternativi, nuove narrazioni possibili.

 

Sviluppi della ricerca

Nel Career Counseling, l’identità narrativa, la storia che la persona racconta del suo Sé, rappresenta una opportunità per riorganizzare la propria vita e dare impulso a una nuova trama. “La teoria della costruzione di carriera si fonda sull’idea che il linguaggio permetta sia di costruire sia di configurare le realtà scoiali” (M.L. Savickas, Career counseling. Guida teorica e metodologica per XXI secolo. Erikson, Trento 2014 ). L’analisi del discorso può rappresentare una risorsa, sia per quanto riguarda lo stimolo nell’attività di immaginare e mettere alla prova nuovi scenari per il proprio futuro professionale e quello dei propri clienti, sia per incrementare i vocabolari dell’incoraggiamento. La ricerca si pone, come obiettivo di sviluppo, quello di mettere a punto strumenti per i professionisti delle relazioni di aiuto, come i consulenti di carriera, per osservare e indagare le pratiche del linguaggio quotidiano utili a favorire le azioni coraggiose necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di carriera.